domenica 22 maggio 2016

Turista a metà

Nella casa temporanea mi sembrò di vivere in albergo, non perché non facessi nulla e rientrassi solo per dormire o mangiare.
Mi sembrò di vivere in albergo perché la disposizione dei mobili e degli oggetti non potevo cambiare.
Mi sembrò di vivere in albergo perché nessun altro, nell'appartamento, poteva pernottare.
Mi sembrò di vivere in albergo perché il personale di servizio poteva entrare.
Mi sembrò di vivere in albergo perché chi mi ospitava non mi era familiare.
Mi sembrò di vivere in albergo, anche se nulla vi era da pagare.
Mi sembrò di vivere in albergo perché il consumo energetico non potevo valutare.
Mi sembrò di vivere in albergo perché sapevo che più di due mesi non potevo restare.
Mi sembrò di vivere in albergo per la posizione centrale per villeggiare.
Mi sembrò di vivere in albergo perché i condomini non sembravano affatto abitare.

Mi sembrò di vivere in albergo e di avere un atteggiamento da turista, benché dovessi accontentarmi di far la turista a tempo parziale. Infatti dovevo gestire tutto: spesa, cucina, badare a mia figlia, pulizie quotidiane …
Ogni giorno uscivo con la bimba, col pretesto anche di dover far la spesa, e esploravo una zona nuova che potevo raggiungere a piedi. Così, concentravo la passeggiata, la scoperta del luogo e le commissioni nelle poche ore da turista che potevo trascorrere fuori con la bimba, perché faceva freddo e perché poi dovevo tornare a casa per cucinare e preparare da mangiare (la bimba mi faceva ancora penare e trascorrere ore in cucina aspettando che si convincesse a mangiare).

Un giorno mi ritrovai, a mia insaputa, nel quartiere ebraico. Ad un certo punto, vidi tutti gli uomini vestiti col cilindro, la barba e le trecce. Un altro giorno mi ritrovai in uno scantinato dove aveva sede una “brocken-haus” (uno di quei posti dove vendono tutto di seconda mano, persino la carta igienica). Entrambe i luoghi richiamarono alla mia mente Londra. Il primo perché a Londra ci sono diversi quartieri destinati a diverse comunità etniche e/o religiose. Il secondo perché Londra è nota per i concetti di vintage, mercato delle pulci, charity shop, ma in particolar modo riuso di tutto quello che può esser riutilizzato, persino la parte di rotolo di carta igienica, aperta, non utilizzata (anche se forse a Londra la regalerebbero piuttosto che venderla). In fondo quando si usano i servizi pubblici la si utilizza. E allora, in effetti, perché non venderla? (Io sinceramente non la comprerei, visti gli episodi di cistite che ho avuto, ma quando mi trovo fuori di fatto la uso, però forse perché nei servizi pubblici è gratis, così come i batteri....)
A Londra non sono affatto schizzinosi nel comprare qualsiasi cosa che sia appartenuta e usata da qualcun altro. Non credo che lo svizzero medio compri in questi negozi. Infatti le persone che li gestiscono e gli acquirenti sono per la maggior parte di origine estera oppure sono persone non del tutto normali. Infatti ho letto che talvolta persone tendenti al demente entrano in negozio a toccare in maniera invadente, o peggio leccare, alcuni articoli in vendita. Pertanto preferisco anche io guardare e non comprare, tranne per alcune cose come i libri, che spesso mi inducono in tentazione. Non so spiegare come mai sono attratta da questi posti. Vedere tutte quelle cianfrusaglie mi affascina, anche se non vorrei possederle. Un negozio così non ha tempo, né luogo. Puoi trovare di tutto, roba antica o moderna. Ogni oggetto ha una storia che tu non conosci e che non puoi comprare. Ma puoi provare ad immaginare. Puoi indovinare l'epoca e la nazionalità di chi l'ha posseduto. Puoi aprire un libro e trovare una dedica o un biglietto per Venezia, che segna il percorso fin lì letto. Molti oggetti, soprattutto quelli di un certo valore, purtroppo arrivano lì da pignoramenti. E allora li guardi sentendoti in debito anche tu. Ma poi la musica ti trasporta. Spesso in questi negozi puoi ascoltare e acquistare vecchi dischi.
Nella zona e nello stabile dove vivevamo in via temporanea hanno sede diverse società finanziarie, assicurative e società di consulenza. Pertanto, rifuggivo da tutto questo lusso finanziario chiudendomi in questi posti da “dementi” o da “barboni”, come la gente snob potrebbe pensare, a meno che lo snob non sia un collezionista in cerca di affari.
E mentre i turisti “normali” passavano il loro tempo tra cioccolaterie, vetrine e centri commerciali, io affogavo i miei pensieri e mi perdevo in un bicchiere per acqua usato, più volte bevuto, più volte leccato.

Alla fine in centro città, a parte il lago, il molo, le chiese, il panorama, il “misero” (rispetto all'Italia) patrimonio artistico non restano che banche e affini, vetrine e commercio. Non credo che mi sarebbe piaciuto vivere nel traffico (anche se in confronto a Londra e alla città dove vivevo in Italia sarebbe stato come vivere in paese). Nemmeno nelle altre zone vicine al centro mi sarebbe piaciuto vivere, perché, aldilà del fascino multiculturale che emanano, non resta nient'altro che “disperati” (ma non troppo) che vogliono integrarsi, e attività commerciali che seguono le norme e la legislazione svizzera. Non mi sarebbe nemmeno piaciuto vivere nella zona industriale, seppur in una casa moderna e dal design accattivante. Mi sarebbe piaciuto vivere nella zona dove vivo adesso.



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