venerdì 13 maggio 2016

La cosa importante

“Schwanden, tornando al discorso sulle tre dimensioni dell'amore descritte da Osho e la nostra relazione, se devo essere sincera, non è sempre stato tre, cioè non siamo sempre stati in sintonia.

All'inizio sicuramente era un'anima in due corpi. L'avevo raccontato già il nostro incontro e non ne riparlerò. Andavamo all'università insieme. Eravamo sempre uno accanto all'altra. Sempre vicini, anche durante le lezioni. Non potevo chiedere altro: eravamo l'uno per l'altra, in ogni aspetto. Ma era come un limbo, una magia accademica. Avevamo un obiettivo comune: laurearci, anche se lo portammo a termine in maniera piuttosto indipendente. Infatti ognuno studiava per conto suo, con i suoi ritmi e alla propria maniera. Io studiavo di più perché non avevo il suo talento naturale per le materie quantitative e perché avevo bisogno di rivedere le cose una volta in più affinché mi sentissi più sicura. Mi laureai quasi un anno prima però. Raggiungemmo entrambi lo stesso risultato, ma con fatiche diverse. Quando finii l'università, come ho già raccontato, ebbi una crisi e giunsi alla conclusione che il trinomio competizione, carriera, capital gain non era nella mia algebra, e quindi difficilmente avrei sfruttato con profitto la mia laurea. Non che tale trinomio fosse di grado elevato nella sua, ma erano concetti che lui sentiva. E perciò cominciai a sentir meno la sintonia. Infatti lui trovò subito lavoro a tempo indeterminato. Io lavorai qualche mese per poi rifugiarmi nel dottorato. Nel frattempo andammo ad abitare insieme e via via la nostra relazione passò dalla terza alla seconda dimensione. 

Ci allontanammo, lui parlava di famiglia io di farfalle. Inseguivo le mie ricerche, poi lui le sue. Realizzammo che non era possibile trovare un compromesso tra noi. Le nostre indipendenze non si incontravano. Lasciò il lavoro per un dottorato a Londra. Io non lo seguii. Avevo avuto i miei problemi. Ma Schwanden, la storia l'ho già raccontata … Mi resi conto che ero stata una sciocca: perdere una relazione per non limitare la mia indipendenza. Lo raggiunsi a Londra. Ci ri-sintonizzammo, ma non più come all'esordio. Io ero ben conscia dei miei interessi, valori, obiettivi e questi andavano in disaccordo con i suoi. Ma stavolta gli venivo incontro. Stavolta non bocciavo l'idea di un figlio, anche se in fondo ero scettica. Tornammo in Italia. Lui riprese il suo lavoro. Io tentai la mia strada e mi impegnai in diverse attività che a lui non interessavano minimamente. Ma ero entusiasta perché seguivo i miei interessi e valori. Andammo avanti. La speranza di un figlio era il compromesso alle nostre libertà. 

Quindi non posso dire che precipitammo nuovamente nella seconda dimensione, ma il mio distacco ideologico sempre più forte (e sempre più fortemente orientato alla cooperazione e all'”anticapitalismo”) mi impediva di stabilire una sincronia “spirituale”. Poi credetti di non poter procreare. Non c'erano le condizioni fisiche. Ero debilitata. Stavo ancora male per quell'intervento che mi aveva buttato giù e che aveva minacciano la mia positività e l'entusiasmo di poter costruire qualcosa in un paese che decisi di lasciare di nuovo. Ma poi finalmente trovai il lavoro che cercavo e, a mia insaputa la bimba. La bimba se da una parte ha impedito un possibile ritorno alla seconda dimensione, e quindi forse una conseguente rottura, dall'altra ha forzato la relazione verso la prima dimensione. 

Si, Schwanden, hai capito bene. Il fatto di dover impiegare il tempo “child-free” tra cucina, pulizie, commissioni e visite d'obbligo, in certi momenti mi ha fatto quasi vedere la relazione come un inferno e lo stare insieme tra noi quasi come un'imposizione, come le pulizie, e non un atto troppo naturale. Perché? Perché avevo bisogno del mio spazio, dei miei interessi che non potevo coltivare e non mi sentivo più la persona di prima, ma soprattutto mi mancava il suo appoggio. In settimana mi sentivo in un cluster con mia figlia ed ero serena. Ma al fine settimana, forzatamente mi ritrovavo in un cluster da sola, costretta a dover trascorrere il mio poco tempo con persone tra cui non c'è nessun “feeling”. Mi sentivo in gabbia. La nostra relazione rischiava di trasformarsi in un rapporto di convenienza, atto a tutelare la bimba. Ma io non avrei retto, Schwanden lo sai. Ebbi persino una sorta di “gravidanza isterica”. Schwanden, seriamente in certi momenti ho pensato di troncare. L'esempio peggiore che possiamo dare a un figlio è un genitore depresso o isterico a causa del legame familiare. Schwanden, lo avrei impedito. Ma per fortuna che mi ha (o meglio ci ha) salvato l'espatrio. Ora stiamo bene. 

Eppure Schwanden sono convinta che tutte queste transizioni, accompagnate da diverse fasi personali della vita, siano del tutto fisiologiche, normali per una coppia. Schwanden, in realtà il sentimento, l'amore non cambia (tra noi non è mai cambiato), ma cambiano i contesti, cambiano le situazioni che ci consentono di esprimerlo e che possono inficiarne la sua manifestazione, impedendo di raggiungerne la vera dimensione. Così come i ruoli che si creano ci allontanano da ciò che vorremmo esprimere veramente. Più ci stacchiamo da essi, da etichette, impegni, contingenze e più ci avviciniamo ai veri sentimenti e quindi all'amore. 

Il segreto è cercare di non rimanere intrappolati nelle convenzioni, nella routine e nei ruoli. Anche per questo ho preferito rimanessimo una coppia di fatto, senza sposarci. Per fare un altro esempio, cito Ligabue, raccomandando(mi) di stare lontano dallo schema: “il sabato la spesa, il giorno dopo in chiesa” (che io adatto con il giorno dopo i “suoceri”).

Schwanden, era una questione troppo importante per essere celata. Ma chiudo l'argomento. Devo parlare di questioni più propriamente elvetiche.”


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