mercoledì 2 novembre 2011

Manualita'

Il pensiero frena o addirittura annienta l’esecuzione di comandi provenienti dall’esterno. L’esecuzione invece frena o annienta il pensiero. Pensare consente di porre al vaglio della propria ragione i comandi che giungono dall’esterno.
Il pensiero valorizza l’individuo, anteponendolo al mondo esterno, mentre l’esecuzione lo annienta, assoggettandolo al mondo esterno.
Erroneamente, spesso si crede o ci si autoinganna, che la distinzione tra pensiero ed esecuzione coincida con la distinzione tra lavoro mentale e lavoro manuale. Ma in entrambe i casi si parla di lavoro e quindi di esecuzione di comandi. E allora perche’ si attribuisce maggior prestigio al lavoro mentale rispetto a quello manuale? Si pensa forse che l’uno sia lavoro da uomo e l’altro da scimmia? Fare un lavoro che impegna la mente infatti non vuol dire necessariamente pensare mentre fare un lavoro manuale non vuol dire solo muoversi ed eseguire. Ci sono lavori mentali che annientano il pensiero e l’individuo mentre lavori manuali che lo valorizzano.
Si pensi ad un impiegato di ufficio che tutti i giorni si limita a lavorare con i fogli di calcolo elettronici: schiaccia un pulsante che esegue un programma e poi “copia e incolla” i risultati ottenuti in una tabella. Non e’ mica diverso dalla catena di montaggio. La routine, l’alienazione e la spersonalizzazione sono le stesse. Solo che in fabbrica ci si spacca la schiena, mentre in ufficio il cervello. E’ un lavoro che non richiede nessuna elaborazione di pensiero. Anzi, se pensi ti distrai e quindi sbagli, rimettendoci personalmente. Eppure per essere impiegati in ufficio occorre spesso la laurea, anche se poi le proprie conoscenze teoriche non vengono applicate, ma sotterrate per sempre. Eppure un genitore si sente soddisfatto del proprio figlio se ha un impiego stabile, ben pagato e se il lavoro richiede per immagine giacca e cravatta, anche se poi in definitiva fa un lavoro alienante e con l’anzianita’ lavorativa perde la capacita’ di pensare. Pero’ il genitore non sarebbe altrettanto fiero del figlio se lavorasse in fabbrica perche’ farebbe un lavoro manuale, guadagnerebbe meno, andrebbe in giro mal vestito e rimarrebbe “schiavo” per tutta la vita, dovendo soltanto eseguire ordini. Ma l’impiegato e’ davvero libero? E’ vero che le possibilita’ di carriera ci sono, fino a diventare capo ufficio, ma spesso diventare responsabili significa soltanto mettere una firma sul lavoro altrui. E non vuol dire affatto pensare, ma piuttosto ordinare di fare agli altri le stesse cose che in passato hanno ordinato a te. E le stesse possibilita’ di carriera ci sono anche in fabbrica. Anche li’ si puo’ diventare capi. Percio’ non e’ vero che l’operaio e’ piu’ schiavo dell’impiegato.
Consideriamo ora un lavoro manuale come la parrucchiera. Il cliente arriva e desidera una nuova immagine: un taglio diverso o un nuovo colore.
E’ un lavoro creativo dove bisogna pensare, capire e soddisfare le esigenze delle persone, ma anche muoversi. E allora perche’ nessuna madre o padre, a meno che uno dei due non sia parrucchiere, incoraggerebbe la figlia ad intraprendere tale carriera se la figlia dimostrasse talento? Meglio annientare la creativita’ e il talento prendendosi una laurea dove si e’ studiato a memoria il minimo necessario per avere il titolo e per poi ottenere un lavoro apparentemente piu’ prestigioso, ma di fatto alienante. Annientare il proprio talento per cosa? Per uno stipendio maggiore? Ma se e’ persino un luogo comune dire che i soldi non fanno la felicita’ allora perche’ spesso, anche in maniera indiretta, si trasmette ai figli o agli studenti che l’unico obiettivo nella vita sia guadagnare? I soldi perdono il loro valore se non ci piace il modo attraverso il quale li guadagniamo. E allora li spendiamo con noncuranza, eliminando l’unico lato positivo della professione svolta.
Un discorso a parte merita la professione dell’insegnante. E’ un lavoro mentale, creativo che richiede il pensiero, ma anche l’uso del proprio corpo per comunicare agli studenti: la voce, la postura, il modo di muoversi in classe … Se decenni fa era considerato prestigioso, adesso invece e’ quasi una disgrazia, avendovi attribuito il sinonimo di frustrazione, precarieta’ e inettitudine.
Ma a parte la precarieta’, penso che la professione abbia perso prestigio perche’ il docente non ha piu’ lo stesso potere in classe che aveva una volta: non puo’ piu’ comandare ne’ punire gli studenti in alcun modo perche’ l’intervento dei genitori o degli studenti stessi, a seconda se si tratti o meno di scuola dell'obbligo, si tradurrebbe nell’applicazione della legge del contrappasso. Inoltre spesso l’insegnamento viene percepito come un ripiego per ovviare alla propria incapacita’ o al proprio rifiuto di svolgere una professione pratica e maggiormente remunerata.
Insegnare e imparare sono i due ponti del processo formativo. Spesso dal successo dell'uno dipende il successo dell'altro. La formazione implica anche lo sviluppo del pensiero, ma non sempre cio' accade se si studia come se si stesse recitando il rosario o si insegna come se si stesse celebrando messa. Pertanto dipende dal soggetto, dalle proprie capacita', dalla sua motivazione e dagli stimoli che riceve dall'ambiente esterno. Quindi cosi' come la formazione puo' essere vissuta e percepita come pura esecuzione di comandi, e quindi come svolgimento di un lavoro, anche il lavoro, a sua volta, puo' essere percepito come formazione.
Ma il prestigio di un mestiere non dipende dalle vere esigenze dell'individuo, ma da quelle imposte dalla societa'. Tali elementi sono: l'elevato guadagno (elevato rispetto alla media collettiva), l'immagine esteriore, il potere di comandare e influenzare gli altri, ma non la possibilita’ di pensare e manifestare il proprio pensiero. Ed allora perche’ si preferisce il lavoro mentale a quello manuale? Perche' di fatto non si da' all'educazione fisica la stessa importanza che si da' alle altre materie scolastiche? L'unica ragione e' forse perche' tra i due viene considerato piu' prestigioso fare un lavoro fisicamente meno stancante. Ma e' meglio “vendere” l'anima o il corpo?
Se pensi non lavori, se lavori non pensi. E continuo a domandarmi quale sara' la mia futura occupazione.

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