venerdì 27 marzo 2015

Il "peccato originale"

Il bidone si era svuotato dell'oro. L'oro era stato messo al sicuro in cassaforte. Il bidone aveva accettato perché al momento l'oro era troppo delicato per essere esposto all'aria aperta vicino al bidone. Ma sarebbe ritornato accanto al bidone, una volta irrobustitosi, perché quella era la sua casa. Tuttavia il bidone era desolato, si sentiva privato dell'oro, anche se sapeva che era in buone mani.

La bimba era nel reparto Terapia Intensiva Neonatale Ospedaliera (TINO). Era in incubatrice e per fortuna non faceva nessun tipo di trattamento, tranne qualche flebo. Non aveva nessun problema e, in mancanza di peggioramenti, l'avrebbero dimessa quando avrebbe raggiunto almeno 1800 kg.

Il mio compagno mi descrisse la situazione e il reparto. Il personale era molto disponibile e competente. Avrei potuto star lì praticamente tutto il giorno. Avrei potuto allattarla, cambiarle il pannolino e tenerla in braccio, anche se gli intervalli fuori dall'incubatrice non dovevano essere troppo lunghi.

Chiesi se il giorno dopo avrei già potuto andare a trovare la bimba. “Sì, ma non prima del pomeriggio e a condizione che si faccia accompagnare da qualcuno in sedia.” Questa volta non avrei protestato per la sedia. 

Infatti tutte le volte che dovevo fare un esame, quando ero in reparto, chiedevo se fosse possibile camminare con le mie gambe e non essere trasportata in sedia a rotelle, visto che non era necessario. “Vi prego, per una volta che non sono legata alla flebo, vorrei camminare con i miei piedi, libera da cavi e non credete che con la sedia arriviamo prima. Inoltre, se siete d'accordo, una volta finito l'esame posso ritornare da sola in reparto senza che voi veniate a prendermi. Avete già tanto lavoro da fare e poi conosco la strada. Non avrei nessun interesse a scappare se è ciò che temete.” Le operatrici capivano che la sedia mi faceva sentire malata e sarebbe stata un ulteriore “schiaffo” alla mia indipendenza, che ormai era stata linciata. Pertanto mi lasciarono camminare.

Quella sera dormii serena. La ferita del cesareo minacciava, ma io non la sentivo. La mia vita si era risvegliata dall'anestesia. Il giorno seguente sarei stata impegnata con la bambina. Purtroppo formalmente non potevo essere dimessa prima di trentasei ore dal parto. Ma potevo comunque essere accanto alla piccola.

Il giorno dopo, gradualmente mi alzai. Che dolore, muoversi, ma ero felice. Presto sarei potuta tornare a casa, anche se purtroppo non con la piccolina. Nel pomeriggio andai a trovarla. Era molto piccola, ma bellissima. Aveva i sensori per il battito e la saturazione e la flebo. Mangiava ad orari e bisognava un po' forzarla, altrimenti le avrebbero messo il sondino. 

Venni presa dai sensi di colpa. Se la flebo le dava fastidio, se i prelievi le facevano male, se doveva mangiare per forza e non per fame come fanno i bambini di solito, se era costretta a star chiusa lì dentro era tutta colpa mia. Mi disprezzavo. Avevo sempre criticato mia madre perché da bambina mi aveva fatto mangiare troppo e la credevo complice dei miei disturbi alimentari. Però di fatto avevo commesso lo stesso errore, sbagliando nell'altra direzione. Se mia figlia avrà disturbi sarà solo colpa mia. Ma forse è inevitabile portarsi dietro ciò che ci lasciano i genitori: se il loro esempio ci piace lo imitiamo, se non ci piace esibiamo l'esatto contrario soltanto per distruggerne il condizionamento. Ma allora un genitore è già fallito in partenza: qualsiasi scelta che fa è sbagliata. E' questo il “peccato originale”?

La sera, durante l'orario di visita parenti, piansi pensando al mio cucciolo che non era lì vicino a me. Poiché dovevo riprendermi dal cesareo, mi sconsigliarono di recarmi di nuovo alla TINO. Allora mi nascosi la testa sotto il cuscino dalla vergogna. Mi credevo tanto virtuosa, ma alla fine non ero stata nemmeno in grado di nutrire mia figlia. Che razza di madre ero? Qualsiasi persona che aveva condiviso la mia stanza aveva tra le braccia il proprio figlio dopo aver partorito. Io invece no. 

Non mi fecero stare meglio neanche le visite che ricevetti, tranne quelle del mio compagno. In fondo erano venuti a trovarmi per educazione, perché in realtà non è me che volevano vedere, ma la bimba. E mi pesava sul collo il non poter farla vedere. Nessuno, a parte i genitori dei bambini ricoverati, era ammesso alla TINO. E su questo punto concordavo. Ma sentivo che era come se si ritorcesse contro di me “Per colpa tua non possiamo vederla. Come minimo devi darci sue notizie.” E mi pesava raccontare dell'incubatrice, dei sensori, degli altri bambini accanto a lei che erano molto più gravi, che soffrivano molto di più, ma per fortuna non per colpa delle madri. Io invece mi sentivo responsabile. “Non deve sentirsi in colpa” mi dicevano i medici. “Gli iposviluppi dei bambini spesso non si vedono subito e non sono sempre dovuti a cattive abitudini della madre”.

Dopo le visite dei parenti, mi ripresi. Sollecitai affinché mi togliessero il catetere urinario e, dopo, mi sentii meglio. Avevo ancora il catetere venoso centrale. Per la rimozione, che avvenne due giorni dopo il cesareo, dovetti firmare un foglio. Non mi fu ben chiaro il motivo, anche se mi fu detto che rimuovendolo era come rifiutare di continuare la terapia in caso ne avessi avuto bisogno nel puerperio. Pur di farmi rimuovere quel catetere avrei pure firmato “il dottore xxx è un coglione.” Ma per fortuna dottori di quel tipo non ce n'erano. Infatti nessuno pareva credere che ne avessi ancora bisogno, anche se la nutrizionista forse, per tutelarsi, mi consigliava quasi di tenerlo. Figuriamoci! E' mica un buco all'orecchio che, al limite, se non si mette l'orecchino si chiude da solo. Anche se non lo utilizzavo, avrei dovuto correre sempre in ospedale per la medicazione. E poi, dal momento che la bimba era nata, avrei preferito morire di fame piuttosto che continuare a nutrirmi artificialmente. 

Ma per fortuna la questione non si poneva. Dovevo riprendermi in fretta dal cesareo, farmi dimettere e tornare ogni giorno alla TINO per assistere alla piccola. Dovevo abbandonare i sensi di colpa, che non facevano che danneggiare ulteriormente la bimba. 

Nonostante tutto, non conosco nessun'altra madre che abbia dato così tanto amore ai suoi figli come mia madre. Non conosco madre migliore della mia. Quindi avrei fatto altrettanto.

I giorni successivi, il personale del reparto mi considerò molto di più come persona che come paziente. Mi chiedevano sempre notizie della bimba e non reclamavano se mi assentavo per ore. In fondo mi stimavano “lei è una persona in gamba” mi disse un'ostetrica “ha sempre fatto di tutto, durante la degenza, per migliorare la sua condizione, e quella di sua figlia”.

Chiusi quell'esperienza ascoltando “Shine on you crazy diamond” dei Pink Floyd, liberandomi di tutte le “scorie” accumulate (anche in senso fisico perché dopo il cesareo è condizione necessaria per la dimissione).
“Come on you raver, you seer of visions,
Come on you painter, you piper, you prisoner, and shine!”

In totale, stetti ventitre giorni in quel reparto. Quando tornai a casa, per circa una settimana, mi svegliai di notte, tastandomi il braccio per vedere se avevo ancora la flebo.




Nessun commento:

Posta un commento