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giovedì 14 agosto 2025

La "biondina garibaldina"

Quando una persona a te cara viene a mancare credi che tutto ti crolli addosso. Credi di non poter andare avanti perché non era quella la strada che avevi pensato di percorrere. Ti senti forzato, catapultato in una vita nuova, vuota senza quella persona. Ma più vai avanti nel tuo nuovo percorso e più ti accorgi che in fondo quella persona è sempre stata lì con te e non ti ha mai abbandonato. Quindi questa persona non ti manca più, non perché l’hai dimenticata, ma perché, al contrario, l’hai pensata talmente intensamente da farla rivivere. Il rapporto non è più fisico: non puoi più abbracciarla, baciarla o prenderla per mano, ma spirituale. Puoi vederla nella tua immaginazione e sentire la sua voce, veder il suo sorriso quando fai qualcosa di sbagliato che non ha gravi conseguenze. Puoi cercare il suo conforto quanto ti senti smarrito, quando ne hai bisogno.  

Oramai i miei genitori e mia sorella non mi mancano più. Un giorno forse ci rincontreremo, ma non ha importanza quando. Loro sono con me. Sono dei bravi nonni per mia figlia: sento che la guardano quando io non sono e non posso essere con lei. E mia sorella pure, non con le parole che non ha mi ha mai detto, ma con la sua presenza ballerina.

Ma non di loro parlerò in questa sede, ma di un’amica che non posso dire che non mi manchi; forse perché non è ancora passato nemmeno un anno da quando se n’è andata oppure perché perdere amici è diverso. Con gli amici di solito non convivi. Non c’è la loro continua presenza silenziosa tra le mura a stabilire un dialogo senza parole. Con gli amici fissi un appuntamento per vederli, per vivere insieme esperienze o per raccontare loro quelle non vissute insieme. Bevete insieme, mangiate insieme, ma in fondo non conta ciò che bevete, che mangiate o i luoghi che frequentate. Se invece all’improvviso ti ritrovi da solo, allora tutto questo pesa perché dietro quel caffè, quella birra, quella pizza o quella gita c’è soltanto il vuoto della loro assenza.

Ricordo il primo giorno quando ti vidi a scuola. Pensai di non aver nulla in comune con te. Tu troppo chiara, troppo bionda, troppo liscia e troppo spensierata. Io l’opposto. Poi ci parlammo per la prima volta al bar della scuola. Tu avevi la stessa tuta sportiva nera, della stessa marca, solo che la tua aveva le strisce verticali laterali bianche, la mia le stesse strisce, ma di color rosa. Capii che in fondo eravamo complementari o forse soltanto sfumature diverse dello stesso colore. In ogni caso, stavamo bene insieme e ridevamo tanto da avere mal di pancia. Con te mi dimenticavo dei miei problemi e anche della mia famiglia. Avrei voluto far parte della tua famiglia e della sua spensieratezza. Invece dovevo accontentarmi di essere felice solo quando uscivamo insieme da sole o con altri amici, quando andavamo a ballare, quando facevamo cavolate, quando non prendevamo nulla sul serio, nemmeno la scuola. A volte ti invidiavo. Avrei voluto essere al tuo posto. Entrambe attiravamo l’attenzione di diversi ragazzi, quando uscivamo insieme, ma tu li facevi innamorare, mentre io apparivo come lo specchio per le allodole, ma di fatto poi l’allodola ero io. Tu eri, come ti chiamava un vecchio professore un po’ eccentrico, la “biondina garibaldina”, mentre io ero “quell’altra”. Ma entrambe volevamo stare per conto nostro e non seguire le lezioni. Ben presto però capii che non viaggiavamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ti bocciarono, io invece proseguii gli studi.

Non ho mai capito perché avevi difficoltà a scuola, visto che eri una persona intelligente. Ma in fondo non ha nessuna importanza, anche se io ora devo ringraziare di aver avuto degli obiettivi, di essermi impegnata duramente per avere avuto una vita migliore, in un altro paese, per potermi godere la vita, come non ho potuto fare in passato. Tu non avevi particolari obiettivi. Per te la tua famiglia, le tue cugine, i tuoi nipotini, i tuoi amici erano tutto. E forse vivevi per loro, anche se ne assorbivi i problemi, le preoccupazioni, talvolta la negatività, e questi continuavano a crescere dentro di te e ad appesantirti. Al contrario, io con gli anni mi sono alleggerita, liberata del passato, dei problemi, delle preoccupazioni, degli altri, raggiungendo uno stato di completa libertà, seppur non privo di responsabilità.  Non so se, al contrario di me, il prenderti delle responsabilità ti stressava, al punto da bloccarti, anziché farti sentire libera. Ricordo che ti stupivi quando ti raccontavo che partivo da sola per tre mesi, durante il mio dottorato di ricerca. Per te poi sarebbe stato impensabile lasciarsi tutto alle spalle e iniziare una nuova vita in un altro paese che non parlava la tua lingua.

Eri altruista, sempre disponibile, gentile con tutti, ma aspettavi sempre che qualcuno ti coinvolgesse a fare qualcosa. Una volta mi hai detto che ero pazza perché ero andata in discoteca da sola. Ma forse a volte uno si salva grazie a quella pazzia. Negli ultimi anni ero preoccupata per te. Dai tuoi messaggi capivo che c’era qualcosa, aldilà dei tuoi problemi familiari. Ma poi quando ci vedevamo, la tua serenità mi faceva credere che mi sbagliavo e che non dovevo preoccuparmi. Con gli anni però quella confidenza che avevamo da ragazzine si è persa. Io ti ho sempre raccontato tutto di me, anche cose di cui mi vergognavo. Tu forse hai smesso pian piano di parlarmi di te, dei tuoi sogni, dei tuoi desideri che forse trascuravi per gli altri e che reprimevi per via dei tuoi problemi. Riguardo la tua salute, non avrei mai immaginato fosse stata così cagionevole. Mi consola che non se l’aspettava nessuno perché forse non era solo con me che non ne parlavi. Ma è una magra consolazione. Ha anche poca rilevanza pensare che io ero quella che si sottoponeva ad esami invasivi per sospetti diagnostici poco felici (per fortuna solo sospetti). Ero io quella che aveva subìto almeno un intervento chirurgico necessario, che aveva avuto una gravidanza complicata e dopo la gravidanza che continuava ad avere sintomi poco chiari. Di recente, a parte i virus che ti beccavi nonostante i vaccini, non mi avevi mai riportato un problema di salute importante, se non l’ipertensione. Ma alla tua età, che era anche la mia, non avrei mai pensato che qualcosa avesse potuto esserti fatale.

E questo qualcosa rimane per me un mistero, anche se in parte mi sento responsabile per avere aggravato la tua situazione. Un giorno, a cuor leggero, ti dissi che pensavo di liberarmi di un ultimo pezzo del mio passato, l’appartamento che un tempo era dei miei nonni, e dove tu abitavi in affitto. Non pensavo che questo potesse buttarti giù. Te lo dissi due anni prima, ma soltanto quando fu ufficiale divenne per te un problema. Capivo le tue difficoltà, ma forse non fino a che punto fossero per te gravi. La comprensione delle esperienze altrui è limitata dalla propria percezione dei fatti. E la mia percezione è quella di una persona che ha vissuto diversi traslochi e spostamenti e in ognuno di essi ci ha visto un’occasione di rinnovo o di miglioramento, anche in situazione di difficoltà. Ma per te non era così. Tu preferivi vivere vicino a tua madre, anche se in una zona inquinata e in via di degrado. E la mia comprensione è limitata dal fatto di aver perso entrambe i genitori e di esser andata a vivere lontano dallo smog e dal degrado e di esser comunque felice delle mie scelte e di aver trasformato le tristi vicende in un percorso di autodeterminazione.

Non sto cercando in questo post l’occasione per liberarmi di un possibile senso di colpa o di trovare una spiegazione per la tua venuta a mancare. In fondo non esistono spiegazioni vere e proprie degli accadimenti, ma soltanto combinazioni. E purtroppo il fatto che il giorno prima l’agente immobiliare è venuto con un potenziale cliente ed il giorno dopo, quando dopo mesi dovevamo vederci, non ce l’hai fatta è soltanto una combinazione. Forse se non avessi deciso di vendere tu saresti ancora qui o forse no. Forse è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso o forse no.  Tuttavia mi sento a malincuore parte di questa combinazione, di questa possibile causalità o forse soltanto casualità. Ma ti scrivo per aver occasione di rincontrarti perché nonostante il peso di tutti i problemi e preoccupazioni che avevi eri e per me rimani sempre quella “biondina garibaldina” di cui tu, credo, avessi nostalgia. Eri una lettrice fedele di questo blog. Una delle ultime volte che ti ho vista mi hai chiesto perché non scrivevo più. Purtroppo mi hai dato un’occasione per ricominciare e dare forma al tuo ricordo. 





domenica 26 giugno 2011

Anoressenza

Controllare la fame implica mangiare soltanto l'essenziale, il minimo indispensabile, scoprendo il significato del cibo stesso e quindi della sopravvivenza. Mangiare soltanto se e quando la fame diventa insopportabile, da stordire lo stomaco e il cervello. Mangiare per impulso irrefrenabile e non per abitudine, noia o golosita'. Controllare le pulsioni fino a quando e' possibile, fino a quando la ragione ne e' capace e poi sfogarle, ma controllatamente, nel pasto, scrupolosamente programmato nelle quantita' e qualita'.
Ma fino a che punto si puo' controllare e sopportare la fame?
Cosa definisce l'essenziale?
Come il desiderio richiede ancora desiderio, anche la privazione richiama maggiore privazione.
Il limite e' la vita stessa, della quale ne ricercavo disperatamente l'essenza, il suo significato. E rischiavo di morire per trovarlo, annientandone l'essenza stessa.

giovedì 23 giugno 2011

L'armatura

Una frattura al piede pose fine alle mie “scorribande”. Una semplice frattura, che segno’ un cambiamento di rotta, ma rovino’ le mie vacanze estive, immobilizzandomi a casa.
Grazie alla mia performance scolastica, nonostante la condotta lasciasse ancora a desiderare, mio padre mi concesse di trascorrere fuori citta’ alcuni giorni di vacanza  con le mie amiche. Sarebbe stata la prima volta che avrei potuto dormire e mangiare fuori casa “incustodita”, senza orari, ne’ regole.
E invece, passai un mese in casa. La mia “ora di liberta’” consisteva nel giro dell’isolato con le stampelle. Sentivo la mia situazione familiare soverchiante. Se prima avevo aggirato il mio disagio, ignorandolo, ora non potevo piu’. Per andare avanti dovevo soltanto superarlo.
Quella situazione richiamava alla memoria il mio passato, quando mi sentivo soffocata dalla onnipresenza di mia madre e dal troppo cibo che cucinava.
Da piccola ero grassa e ne soffrivo. Mi sentivo “pesante”, “anormale”, ma soprattutto mi preoccupava l’indifferenza di mia madre di fronte  agli allarmi dei medici che mi vedevano. “Se continua cosi’ a 15 anni diventa obesa.”  Per quanto non sapessi cosa significasse essere obesi, percepivo che non era una cosa positiva, dal tono con cui i medici lo esprimevano. Ma non sapevo cosa fare. In fondo era mia madre che decideva per il mio corpo: cosa cucinare, quanto farmi muovere, visto che non potevo uscire sola. Io non avevo nessun controllo su di me e pertanto non avevo nessun interesse a controllare le emozioni. Anzi, l’unico modo per attirare l’attenzione e la considerazione di mia madre era urlare, piangere istericamente. Solo allora si rendeva conto che soffrivo e doveva intervenire per sedarmi. Cosi’ vedevo il mio corpo come un’armatura che, sebbene mi difendesse dagli attacchi esterni, intrappolava i miei organi vitali ed il mio spirito. Avrei voluto crescere in fretta per potermi scegliere l’armatura, piu’ flessuosa e dinamica. Invece ero paralizzata nel mio rivestimento adiposo. Dovetti lottare e urlare affinche’ mia madre si decidesse a portarmi da un dietologo. Grazie alla mia costanza e ferrea volonta’ persi un bel po’ di chili e a dodici anni potevo ostentare la mia snella armatura. Mia madre comunque non collaboro’ per nulla all’imposizione della mia dieta. Dovevo sorvegliarla in continuazione affinche’ non mi aggiungesse decagrammi di pasta in piu’ e cucchiai di olio. Eravamo sempre a battibeccare. Lei pensava che tanto il grasso si sarebbe sciolto con gli anni. “Con le preghiere?” Replicavo. Non posso vivere sperando in balia dei frangenti, ma devo fomentarli e controllarli.
La paura di perdere il controllo della situazione, dovendo pure combattere il lassismo di mia madre,  mi spinse a dover essere inflessibile, a controllare le mie pulsioni e quindi a controllare la fame.
Infatti, non potendo muovermi per un mese, non potendo uscire e percependo il mio corpo vulnerabile all’ingrassamento, innescai a 16 anni un meccanismo interno di autocontrollo e repressione che si trasformo’ in primo luogo in un disturbo del comportamento alimentare e, successivamente, in una nuova “filosofia” di vita.alienante che oserei battezzare “Anoressenza”.

lunedì 20 giugno 2011

La tavola e il letto

Ero sempre fuori casa, tranne per desinare e dormire, momenti in cui la mia assenza non era ancora tollerata. Mia madre esasperava il vitto: "Cosa mangi e come mangi fuori?"; mio padre l'alloggio : "Con chi e dove dormi?". Gli unici elementi che mi legavano alla famiglia, e che quindi limitavano la mia indipendenza, erano la tavola e il letto. Ma io chiedevo sempre di piu'. Mio padre riguardo al letto era inflessibile, ma riguardo alla tavola per fortuna era indulgente.
Richiedevo sempre piu' tempo da trascorrere con gli amici. Soffrivo quando non li vedevo e quando non erano disponibili. Inoltre mi sentivo inetta quando non conoscevo persone nuove. La mia felicita' dipendeva dagli incontri occasionali in discoteca, al luna park o dove capitava. Ma cosa cercavo veramente? In fondo cercavo amore. Frequentavo diversi ragazzi, ma in realta' ne avrei voluto uno solo. Avrei voluto una persona con cui instaurare un rapporto esclusivo, speciale. Ma non la trovavo. Forse perche' cercavo nel posto sbagliato o forse perche' mi trovavo nel posto sbagliato o forse era solo questione di tempo. Ma nella mia disperata ricerca mi divertivo e non avrei voluto essere altrove o vivere diversamente. Le mie esperienze erano esplorative, "orizzontali", non "verticali". Le mie amiche pero' erano il mio punto di riferimento, le persone a cui potevo confidare le mie vicissitudini senza tabu'.
Ma con loro non condivisi il mio disagio familiare. Non volli render loro partecipi dei miei problemi, della mia tristezza della mia "anormalita'". Non volli menzionare l'esistenza di una sorella con encefalopatia neonatale. Fuori di casa, infatti, era come se la mia famiglia non esistesse. Ero spensierata, leggera, come se io non avessi origini ne' radici. Ma se non avevo capo, non avevo neanche coda.

domenica 12 giugno 2011

La margherita

Quale ponte mi avrebbe consentito di raggiungere i miei compagni?
Avrei dovuto trovare un modo per attirare la loro attenzione e stimolare il loro interesse. Un modo che mi permettesse di distinguermi, ma al contempo di non estraniarmi, di  essere allo stesso tempo come loro, ma differente.
Ho sempre attirato l'attenzione dei coetanei. All'asilo ero un po' temuta per la mia aggressività e prepotenza. Alle scuole elementari si notava in primo luogo la mia stazza.  Il mio anticonformismo sembrava soltanto l'altra faccia della mia anormalità.
Alle scuole medie era l'essere la prima della classe che mi contraddistingueva, mi spaventava, mi faceva sentire a disagio e impacciata. Il pensiero di essere "anormale" mi rendeva irraggiungibile, paralizzando non soltanto l'azione, ma anche il dialogo.
All'inizio delle scuole superiori, sentivo che volevo ritrovare la mia spontaneità, il sorriso e l'estroversione infantili, che forse  si erano sciolte insieme ai chili che avevo perso o insieme al sudore dello studio.
Volevo essere una margherita, un fiore alla portata di tutti, da poter facilmente cogliere e ammirarne la bellezza. Non volevo essere una stella alpina, inarrivabile e difficile da staccare.
Preferivo rischiare che qualcuno avesse potuto strapparmi i petali o calpestarmi piuttosto che evitare di cogliermi.
Pensavo che offrendo interamente la mia disponibilità agli altri, non sarei stata abbandonata. Gli altri sarebbero venuti e tornati da me. Nella migliore delle ipotesi, mi avrebbero fatto sentire amata. Nella peggiore, usata. Ma per lo meno sarei stata utile.
E questo era cio' che mi interessava, ma mi trovavo ad un bivio. Dovevo scegliere tra la direzione che volevo seguire e la direzione che i miei genitori avrebbero voluto che seguissi, cioe' quella della preservazione, in cui sarei rimasta una stella alpina, al riparo dalle grinfie altrui.
Ma il nido familiare mi opprimeva. Volevo espormi, esprimermi al mondo, uscire dall'isolamento in cui mi sentivo segregata. 
Essere la prima della classe non esprimeva l'immagine che volevo dare agli altri. Volevo invece intrattenere,  diventare la prima attrice del cabaret scolastico. Volevo animare la classe. Volevo che ogni giorno fosse particolare.
Far ridere i miei compagni, era una delle soddisfazioni più grandi.
Per farlo, dovevo usare le loro espressioni gergali, quegli intercalari vietati nel mio nido, ma al contempo introdurre aspetti di originalità e comicità.
Sono riuscita nel mio intento, anche se esagerando. Gli insegnanti perdevano la pazienza e, per ristabilire il loro protagonismo scenico, mi invitavano  ad abbandonare la platea.
Ma era l'unico modo per essere portavoce della ribellione al sistema, alle regole, all'ordine e alla disciplina. Volevo essere la forma di espressione del sentimento di noia e costrizione che accomuna gli studenti. Pensavo che in fondo tutti i miei compagni avrebbero voluto essere fuori dalla classe, ma non ne avevano il coraggio. Volevo trasmettere quell'ebbrezza, anche se in forma catartica. Mi proponevo come il loro capro espiatorio.
Ho rischiato la bocciatura soltanto per la mia condotta. Se fosse successo, l'avrei accettato con responsabilità, essendo  conseguenza della mia provocazione, del mio ripudio ad un comportamento ortodosso.
In realtà la mia famiglia  e lo studio erano Il capro espiatorio del mio essere diversa, di non aver una vita normale.
Osservavo mia madre, una chioccia con tre pulcini, tra cui due incapaci di esprimere la propria volontà. Uno per handicap, l'altro per carattere. Io non volevo essere il terzo, ed in fondo neanche mio padre lo voleva, ma non lo impediva.
Studiare mi piaceva, mi distraeva dal malessere familiare, ma mi estraniava. "Odio la mia famiglia e odio studiare". Era un modo per convincermi che il problema non era interiore, ma esteriore.
All'epoca in classe mi sentivo "viva", ma in realtà non stavo vivendo la mia vita, ma soltanto l'attimo. Era un bellissimo sogno, ma non potevo negare che nella mia vita c'erano la mia famiglia e i miei insegnanti.
Pensavo di aver costruito un ponte stabile con i miei coetanei. Ma in realtà ero diventata un ponte instabile, aprendo il dialogo con i coetanei e chiudendolo con la mia famiglia e gli insegnanti.
Se prima ero troppo solerte per essere credibile ai miei coetanei, in questa fase ero troppo negligente per essere credibile agli adulti.

domenica 5 giugno 2011

Il ponte levatoio

Lo studio ha avuto un effetto sedante su di me. La bambina vivace, turbolenta e pestifera diventava introversa, riflessiva e taciturna. L'energia dell'azione diventava energia del pensiero. La mia iniziale ribellione alle convenzioni delle scuole elementari: il grembiule, la penna stilografica, i quaderni senza "orecchie" e foderati, il diario non istoriato ... si tramutava in consapevole accettazione di una fase transitoria del processo educativo e formativo. "Quando saro' grande saro' libera di fare quello che voglio". Pensavo. E vedevo lo studio come l'unica via per l'emancipazione, l'unico modo per ottenere il riconoscimento dell'adulto e l'unico modo per diventare adulta.
Alle scuole medie, ero diventata completamente autonoma. Non richiedevo piu' il supporto di mio padre e neanche il suo consiglio che, per quanto razionale e obiettivo, mi sembrava distaccato e non conforme alla mia indole. Cominciavo a non sopportare la gabbia familiare. Volevo uscirne, volevo esplorare la realta'. Volevo raggiungere l'Altro "estraneo". Non percepivo soltanto il bisogno di conoscenza, ma anche di esperienza.
Mi resi conto che lo studio era un ponte levatoio, un ponte mobile di collegamento con l'Altro: si abbassava quando dall'altra parte c'era un adulto, si sollevava quanto dall'altra parte c'era una persona della mia generazione. Pertanto, se volevo comunicare ed ottenere un riconoscimento dai miei coetanei. dovevo usare un altro ponte piu' stabile. Ma quale fosse non lo sapevo.
"Percorri la tua strada. I tuoi compagni di classe sono la tapezzeria della classe. Non preoccuparti se non riesci a stabilire un collegamento". Ma io ero proprio interessata ad essere parte integrante della "tapezzeria" in quanto e' l'elemento che rende vivibile un ambiente.
A scuola viene esasperata l'importanza del rendimento scolastico piuttosto che la vivibilita' dello stesso. Il genitore chiede all'insegnante: "Come va mio figlio?". E intende dire "Come rende? Quanto produce?" e non "Come vive in classe? Qual e' la qualita' della sua produzione?".
La mia priorita', alla fine della scuola dell'obbligo, non era limitarsi ad osservare la "tappezzeria", ma farne parte: contribuendo alla vivibilita' dell'ambiente e goderne.
Non sapendo se avrei voluto instaurare con lo studio un rapporto "verticale", dissi a mio padre che non ero sicura di voler proseguire gli studi fino all'Universita' e pertanto pensavo che fosse piu' razionale iscrivermi all'istituto tecnico commerciale. Mio padre capi' le mie ragioni. Non poteva opporsi: non gli stavo prospettando nulla di "artistico". Non sarei diventata "ingegnere" o "matematico", ma almeno avrei potuto fare un lavoro "aritmetico". Avrei potuto avere un buon impiego anche senza laurea. Era innegabile che mio padre avrebbe preferito se avessi scelto una scuola, come il liceo scientifico, dove la tappezzeria e l'ambiente sono "di classe". Ma io non miravo ad essere una persona "di classe", ma d'azione.