Ho sempre pensato che l'isolamento fosse una
questione individuale. Non avrei mai immaginato che potesse diventare anche un
problema collettivo, sociale. Perché in effetti, chiedere a tutte le persone di
isolarsi, è in contraddizione con il concetto stesso di società. E non credevo
ciò potesse accadere, Ma così avvenne nell'epoca della mia “terza quarantena”.
Le mie “prime quarantene” furono per studiare,
prima degli esami scolastici ed universitari. Ore, giorni in casa per evitare
il “virus” della non conoscenza. Persino mia madre pregava tutti i santi. E mio
padre, quando ancora era vivo, mi diceva “ma lascia perdere, se devi arrivare
fino a questo punto”. Eppure non mollavo, finché non ottenevo ciò che volevo.
Anche se non avessi potuto uscire veramente, non sarebbe cambiato nulla. Adesso
invece mi sembrerebbe quasi eccessivo, ingiustificato resistere alla bellezza
del sole e della natura o all'invito di chi ti chiede: “vieni c'è una festa”.
Festa? Eppure all'epoca, mi interessava solo raggiungere il mio obiettivo,
reale di fatto soltanto per me: avere quel titolo, quel titolo determinante per
la carriera, e quindi, per la vita. Perciò vivevo quel periodo di “quarantene”
in cui sacrificavo il mio presente e i miei bisogni per il mio futuro.
Dopo anni, si verificò la “seconda
quarantena”, avvenuta per il bene e il futuro di un'altra vita: mia figlia, e
per salvarla dal “virus” della prematurità.
Dopo una visita di controllo prenatale, mi sequestrarono in ospedale.
Mancavano ancora due mesi al parto. Si impegnarono abbastanza per rendermi quel
periodo peggiore di quel che avrebbe potuto essere, senza rendersi conto che
forse sarebbe bastato un atteggiamento più umano. “Posso
passare un attimo a casa prima di essere ricoverata?” “Vuol scherzare? Non ha
capito, la sua gravidanza è a rischio.” “Sì, ma io sto bene e sento la bambina.
Quanto dovrò stare?” “AAAAh! Qui si sa quando si entra e non quando si esce.”
Mi tennero lì 21 giorni. E ogni giorno era un'incertezza. Avrei tanto
desiderato poter stare a casa tranquilla finché mia figlia non fosse nata. In
ospedale invece non riuscivo neanche a dormire e anche di giorno mi
disturbavano in continuazione con controlli, prelievi, tracciati. “E lasciatemi
in pace”, pensavo e forse lo lasciavo intendere al punto che una dottoressa mi
disse: “Guardi che la gravidanza è a rischio, forse lei sta sottovalutando la
questione”. “Io sento muovere mia figlia e sono serena.” Quando furono chiari il
percorso e il fine e capii l'importanza di quel ricovero non chiesi più quando
sarebbe finito. Ma feci di tutto perché la bimba crescesse il più possibile.
Stetti 15 giorni 24 ore su 24 con una flebo. Avevo poca autonomia di movimenti,
legata alla presa a cui dovevo attaccare la flebo. Per il resto, anche se
avevano tentato con ogni mezzo, non erano riusciti a spaventarmi: pensavo che
sarebbe andato tutto bene perché sentivo mia figlia. E se proprio non fosse
andato così, non vedevo il motivo perché avrei dovuto preoccuparmene prima:
quello che potevo fare lo stavo facendo. E mia figlia nacque, piccola, estremamente
sottopeso (come già raccontato in post precedenti) ma senza nessun problema.
La "terza quarantena" fu in Svizzera,in un luogo dove, a parte gli arcani medici, ho sempre vissuto bene, con la sensazione di
sicurezza, e di protezione in un mondo pulito, sano, senza problemi, dove tutto
funziona e non ci sono attese e incertezze. E invece quel virus arrivò anche qui.
E la Svizzera non divenne più un'isola felice nel deserto europeo, ma un insieme di
persone isolate che cercano di continuare la propria vita in salute.
Fu incredibile, una quarantena collettiva.
Milioni di persone a cui venne chiesto di mettersi in malattia per evitare di
ammalarsi. Ma non si arrivò mai alla
dittatura di rinchiudere in casa nessuno. E questo permise a molte persone di
mantenersi in forma e godere del sole, seppure limitando al minimo imposto di
persone con cui incontrarsi.
Tutto però cominciò dal giornale: cronaca
estera. Immagini dalla Cina. Gente che passeggiava con le mascherine. Gente
rinchiusa in casa per evitare di essere contagiata e di contagiare a sua volta
e gente meno fortunata che muore. “Oh
poveracci.” Quelle immagini mi sembravano tanto lontane quanto vicine. Lontane
perché distanti chilometri, vicine perché la gente ormai viaggia ovunque verso
ovunque. Infatti, pochi giorni dopo, apparve la notizia sulla cronaca locale di
alcune persone rimaste in quarantena dopo essere ritornate in Svizzera da un
viaggio in Cina.
In Italia il virus inizialmente fu un pretesto
per discriminare e fare battute. Si pensava di non essere abbastanza globali o
di essere al sicuro. Ma a volte è proprio perché ci si sente sicuri che ci si
espone maggiormente ai pericoli. Il virus entra indisturbato anche in Italia,
cogliendo tutti impreparati. La gente va in panico. Assalta i medici, il pronto
soccorso. Vivo la situazione dell’Italia da lontano, dai continui allarmi
giornalistici, di cui ho sempre diffidato e da cui non mi sono mai fatta
condizionare.
Cerco di comprendere come gente che conosco e
che stimo sia improvvisamente cambiata. “Non è una dittatura, sono
provvedimenti necessari”. Ma percepisco che sono spaventati, condizionati da ciò che sentono dire, piuttosto che concentrati da ciò che provano e sentono dentro. Han paura di morire ad ogni costo, anche
a quello di rinunciare a vedere i propri cari, di rinunciare al proprio lavoro,
alle proprie passioni, a ciò che motiva ad
andare avanti, a vivere.
Non vogliono accettare il fatto che in fondo è
la Natura che decide. E così come arrivano i
virus, che all’inizio possono essere molto pericolosi, col tempo possono
scomparire. In passato ho lottato con diversi virus e batteri. Ho avuto delle
infezioni che stavano diventando complicate, anche dovute a prescrizioni
antibiotiche eccessive e non sempre appropriate. Ma poi col tempo si sono risolte.
La massa invece non vuole prendere coscienza sulla
propria salute. La massa preferisce finire drogata da farmaci prescritti, anche
se spesso bastano semplici cambiamenti del proprio stile di vita per guarire.
La massa per curarsi si affida ciecamente ai medici. Poi ci sono invece i meno
istruiti che cadono in balia degli sciamani o dei ciarlatani. E allora, per
semplificare, la gente si divide in “sostenitori della scienza” e
“complottisti”. Ma soltanto chi si occupa veramente di scienza e non di
politica sa che non esistono verità assolute, dicotomie, e tutto si rimette in
discussione. I conflitti di interesse purtroppo esistono nel settore
scientifico. Ed è per questo che da ricercatrice dubito sempre di realtà che
non conosco. E temo un governo "sanitario" che afugga a questioni etiche e costituzionali.
Ci sono molti dubbi su questo virus, ancora non chiariti, ma non
posso parlarne con nessuno. La gente è ipnotizzata: tutto si risolverà col
vaccino. In mancanza, ogni restrizione è lecita.
Impossibile il dialogo anche con i
“sostenitori della scienza”. Che scienza sostengono? Una scienza dove non è
possibile valutare, e nemmeno chiedersi, quanto siano utili le restrizioni e
quali costi per ottenere dei benefici?
Nella prima quarantena, la malata ero io:
vedevo solo il mio obiettivo ed ero intransigente. Non ascoltavo altre ragioni,
come se fossi in autoipnosi.
Nella seconda quarantena, la malata ero io,
perché anche se il mio intuito mi rassicurava e non si sbagliava, in fondo ero
ricoverata in ospedale e avevo bisogno di aiuto e cure per far nascere la
bambina, che apparentemente, non sarebbe potuta nascere in buona salute con parto
spontaneo.
Nella terza quarantena, mi spiace, la malata
non sono io, ma chi ascolta solo i media ed esegue senza mettere in dubbio,
senza introspezione. Chi non capisce come ci si possa sentire privati
dell’espressione facciale e della funzione del naso e della bocca, tutti
incartati in una mascherina. Chi non vede neanche le conseguenze ambientali e
non prova il minimo disgusto nella vastità di spazzatura prodotta da guanti,
mascherine e siringhe. Chi non lascia spazio a chi la pensa diversamente. Chi è
insensibile alla differenza tra un mondo sano e uno medicalizzato.
Sarebbe stato per me preferibile sentirmi
malata anche in questa quarantena. Sarebbe stato risolvibile se il problema
fosse stato soltanto mio. Col tempo ho imparato a curarmi. Ma poiché la vera
malattia riguarda l’esterno, mi sento impotente, posso solo guardare senza
intervenire, aspettando che la gente guarisca, che riprenda coscienza della
propria vita, se mai ce l’ha avuta, e se non vuole avercela, che almeno
consenta agli altri di poterla avere.
C’è stato un periodo in cui ho avuto come
l’impressione di aver perso tutti in Italia, vittime di una paura
inquantificabile. Per fortuna le cose stanno migliorando, anche se l’incantesimo
del virus è stato sostituito da un altro sortilegio: quello del vaccino.
In fondo non ho perso nessuno. La gente si è
solo rifugiata dove doveva rifugiarsi e dove si è sempre rifugiata: nella
massa. L’errore di fatto sono io. Eppure questa volta non riesco proprio a
concepirmi come un errore, ma soltanto come un’eccezione.
Non ho perso nessuno allora. Quando ritornerò a far visita in Italia forse saranno tutti come li ricordavo.
Solo una
persona non vedrò mai più: una delle mie due sorelle. Morta soffocata, non dal virus, ma da
questa vera malattia sempre più severa, sempre
più sottovalutata: la disumanizzazione.