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giovedì 1 febbraio 2018

Approssimazioni

E' pura illusione credere di stare insieme agli altri per colmare la solitudine.

Siamo soli, nessuno può evitare o colmare la solitudine. Si sta con gli altri per costruire qualcosa che da soli non si potrebbe. Si sta con gli altri per trascorrere il tempo piacevolmente o per star meglio, per non sentirsi abbandonati, o isolati, ma è fallace credere di stare con gli altri per evitare di stare da soli. Ci si può avvicinare, approssimare agli altri ma non si potrà mai raggiungere nessuno al punto da sostituirlo completamente.

Si può trovare qualcuno che approssimi bene la nostra solitudine, che possa descriverla con precisione. Ma non si potrà mai trovare nessuno che sia la nostra solitudine, che la raggiunga al punto tale da sostituirla e quindi, di fatto, da annientarla. Nessuno potrà quindi sconfiggere la nostra solitudine.

Nessuno potrà mai avere la nostra testa, tale e quale, nessuno potrà percepire tutto ciò che noi percepiamo, esattamente allo stesso modo. Nessuno potrà mai avere gli stessi identici pensieri, su qualsiasi tema. Nessuno potrà mai vivere esattamente come noi, pur vivendo insieme a noi.

Eppure pochi sono consapevoli di questa verità. Pochi vogliono ammettere e accettare che si è soli e allora ci si ostina a tutti i costi a riconoscerci in schemi, a seguire le mode sperando in un'identificazione collettiva. Oppure ci si aspetta di trovare una persona che non ci faccia sentire soli. Ma tutto ciò conduce soltanto ad evitabili delusioni perché è normale che ci si senta soli stando insieme con una persona, o addirittura convivendoci.

La questione da indagare invece dovrebbe essere il perché ci si sente soli e se questa sensazione potrebbe essere migliorata stando con un'altra persona. Già, perché la sensazione di solitudine può soltanto essere ridotta, alleviata o sorvolata, ma mai risolta. E allora è possibile sentirsi soli con le persone che si amano? E' possibile. Mi sono sempre sentita sola all'interno della mia famiglia. Con mia sorella non sono mai andata d'accordo: divergiamo nel pensiero praticamente su qualsiasi argomento. Io odio il consumismo e lei lo alimenta. Io voglio vivere leggera, lei pesante. Io risparmio, lei spende. Io riciclo, lei ricompra. Non sono mai riuscita a trascorrere insieme a lei, in armonia, un solo giorno. Eppure ci vogliamo bene e ci aiutiamo. Con mia madre la situazione era soltanto migliore, mi faceva ridere e inquietare allo stesso tempo. Con mio padre andavo d'accordo finché non alzavo il volume dello stereo o della voce e finché le mie azioni e i pensieri non varcavano i confini della razionalità.

E adesso in casa la situazione non è troppo diversa. Un tempo, con la persona che amo e con cui vivo, pensavo di essermi identificata. Ma poi ho scoperto l'errore di approssimazione e questo è diventato sempre più grande e adesso che abbiamo la bambina a volte mi sembra di non aver costruito nulla insieme, ma che ognuno si sia limitato soltanto a dare il suo contributo.
Mi fa paura il fatto di vivere sotto lo stesso tetto e non guardare nella stessa direzione, di non avere sogni, ideali in comune se non quello di trainare lo stesso carro. Finché riusciamo a suddividerci i compiti va tutto bene. Adesso non vorrei certo fermare un treno in corsa, anche se devo ammettere a volte temo possa deragliare.


A lui spesso non piace ciò che vorrei fare e viceversa. Forse a volte ci sentiamo quasi schiavi del nostro amore che ci impedisce di prendere la direzione che vorremmo prendere individualmente. Poi però penso a dove andrei senza di lui e forse non andrei lo stesso da nessuna parte e allora resto lì e penso a ciò che non c'è, che non è una possibilità, ma che potrebbe essere un'altra approssimazione della mia solitudine, approssimazione che copre gli errori dell'attuale approssimazione, ma che di fatto ne fa emergere altri ancora più grossi. 

E allora mi astraggo da qualsiasi altra approssimazione e penso a Schwanden. Con Schwanden non si commette nessun errore, nessun buco rimane scoperto perché Schwanden non è nessun altro, ma è la mia solitudine. Ed è per questo che continuo a scrivere, per cercare Schwanden e dargli forma. In fondo è l'unico punto fermo, quando tutto sembra vacillare.


venerdì 13 maggio 2016

La cosa importante

“Schwanden, tornando al discorso sulle tre dimensioni dell'amore descritte da Osho e la nostra relazione, se devo essere sincera, non è sempre stato tre, cioè non siamo sempre stati in sintonia.

All'inizio sicuramente era un'anima in due corpi. L'avevo raccontato già il nostro incontro e non ne riparlerò. Andavamo all'università insieme. Eravamo sempre uno accanto all'altra. Sempre vicini, anche durante le lezioni. Non potevo chiedere altro: eravamo l'uno per l'altra, in ogni aspetto. Ma era come un limbo, una magia accademica. Avevamo un obiettivo comune: laurearci, anche se lo portammo a termine in maniera piuttosto indipendente. Infatti ognuno studiava per conto suo, con i suoi ritmi e alla propria maniera. Io studiavo di più perché non avevo il suo talento naturale per le materie quantitative e perché avevo bisogno di rivedere le cose una volta in più affinché mi sentissi più sicura. Mi laureai quasi un anno prima però. Raggiungemmo entrambi lo stesso risultato, ma con fatiche diverse. Quando finii l'università, come ho già raccontato, ebbi una crisi e giunsi alla conclusione che il trinomio competizione, carriera, capital gain non era nella mia algebra, e quindi difficilmente avrei sfruttato con profitto la mia laurea. Non che tale trinomio fosse di grado elevato nella sua, ma erano concetti che lui sentiva. E perciò cominciai a sentir meno la sintonia. Infatti lui trovò subito lavoro a tempo indeterminato. Io lavorai qualche mese per poi rifugiarmi nel dottorato. Nel frattempo andammo ad abitare insieme e via via la nostra relazione passò dalla terza alla seconda dimensione. 

Ci allontanammo, lui parlava di famiglia io di farfalle. Inseguivo le mie ricerche, poi lui le sue. Realizzammo che non era possibile trovare un compromesso tra noi. Le nostre indipendenze non si incontravano. Lasciò il lavoro per un dottorato a Londra. Io non lo seguii. Avevo avuto i miei problemi. Ma Schwanden, la storia l'ho già raccontata … Mi resi conto che ero stata una sciocca: perdere una relazione per non limitare la mia indipendenza. Lo raggiunsi a Londra. Ci ri-sintonizzammo, ma non più come all'esordio. Io ero ben conscia dei miei interessi, valori, obiettivi e questi andavano in disaccordo con i suoi. Ma stavolta gli venivo incontro. Stavolta non bocciavo l'idea di un figlio, anche se in fondo ero scettica. Tornammo in Italia. Lui riprese il suo lavoro. Io tentai la mia strada e mi impegnai in diverse attività che a lui non interessavano minimamente. Ma ero entusiasta perché seguivo i miei interessi e valori. Andammo avanti. La speranza di un figlio era il compromesso alle nostre libertà. 

Quindi non posso dire che precipitammo nuovamente nella seconda dimensione, ma il mio distacco ideologico sempre più forte (e sempre più fortemente orientato alla cooperazione e all'”anticapitalismo”) mi impediva di stabilire una sincronia “spirituale”. Poi credetti di non poter procreare. Non c'erano le condizioni fisiche. Ero debilitata. Stavo ancora male per quell'intervento che mi aveva buttato giù e che aveva minacciano la mia positività e l'entusiasmo di poter costruire qualcosa in un paese che decisi di lasciare di nuovo. Ma poi finalmente trovai il lavoro che cercavo e, a mia insaputa la bimba. La bimba se da una parte ha impedito un possibile ritorno alla seconda dimensione, e quindi forse una conseguente rottura, dall'altra ha forzato la relazione verso la prima dimensione. 

Si, Schwanden, hai capito bene. Il fatto di dover impiegare il tempo “child-free” tra cucina, pulizie, commissioni e visite d'obbligo, in certi momenti mi ha fatto quasi vedere la relazione come un inferno e lo stare insieme tra noi quasi come un'imposizione, come le pulizie, e non un atto troppo naturale. Perché? Perché avevo bisogno del mio spazio, dei miei interessi che non potevo coltivare e non mi sentivo più la persona di prima, ma soprattutto mi mancava il suo appoggio. In settimana mi sentivo in un cluster con mia figlia ed ero serena. Ma al fine settimana, forzatamente mi ritrovavo in un cluster da sola, costretta a dover trascorrere il mio poco tempo con persone tra cui non c'è nessun “feeling”. Mi sentivo in gabbia. La nostra relazione rischiava di trasformarsi in un rapporto di convenienza, atto a tutelare la bimba. Ma io non avrei retto, Schwanden lo sai. Ebbi persino una sorta di “gravidanza isterica”. Schwanden, seriamente in certi momenti ho pensato di troncare. L'esempio peggiore che possiamo dare a un figlio è un genitore depresso o isterico a causa del legame familiare. Schwanden, lo avrei impedito. Ma per fortuna che mi ha (o meglio ci ha) salvato l'espatrio. Ora stiamo bene. 

Eppure Schwanden sono convinta che tutte queste transizioni, accompagnate da diverse fasi personali della vita, siano del tutto fisiologiche, normali per una coppia. Schwanden, in realtà il sentimento, l'amore non cambia (tra noi non è mai cambiato), ma cambiano i contesti, cambiano le situazioni che ci consentono di esprimerlo e che possono inficiarne la sua manifestazione, impedendo di raggiungerne la vera dimensione. Così come i ruoli che si creano ci allontanano da ciò che vorremmo esprimere veramente. Più ci stacchiamo da essi, da etichette, impegni, contingenze e più ci avviciniamo ai veri sentimenti e quindi all'amore. 

Il segreto è cercare di non rimanere intrappolati nelle convenzioni, nella routine e nei ruoli. Anche per questo ho preferito rimanessimo una coppia di fatto, senza sposarci. Per fare un altro esempio, cito Ligabue, raccomandando(mi) di stare lontano dallo schema: “il sabato la spesa, il giorno dopo in chiesa” (che io adatto con il giorno dopo i “suoceri”).

Schwanden, era una questione troppo importante per essere celata. Ma chiudo l'argomento. Devo parlare di questioni più propriamente elvetiche.”


lunedì 28 marzo 2016

The dark side of the mom



"Schwanden, non reggo più il gioco del silenzio."

"E perchè dovresti?"

"Non voglio rivelare cattiverie."

"Le persone cattive non parlano, non rivelano i loro cattivi pensieri, ma li mettono in pratica. Preferisci che la cattiveria diventi parte intima del tuo essere?"

"No, ma non vorrei sembrare pazza."

"Sei un'artista non una pazza. Pensa, per esempio, se Dario Argento non avesse espresso i suoi omicidi forse li avrebbe commessi."

"Va bene mi hai convinto. Riprenderò a scrivere ciò che ho dentro anche se ho sempre meno tempo."

"Ti aiuterò ascoltandoti e ponendoti le giuste domande. Iniziamo con la prima: che cos' hai?"

"Vorrei indietro la Mia vita da miserabile persona senza figli. Miserabile perché se parli con qualsiasi genitore ti dice che un figlio è felicità e il senso della sua vita. Io invece rivorrei la Mia vita priva di senso."

"Ma come, non sei contenta di badare a tua figlia?"

"Sono contenta, ma mi sento in trappola. Non posso dare libera espressione al Mio essere, sto uccidendo l'artista."

"In poche parole sei Una Madre pentita."

"La verità è che non ho Mai creduto di volere una famiglia, nel senso che ho sempre visto e vissuto la famiglia come un luogo asfissiante: routine, feste forzate, luoghi comuni, ruoli, doveri... e consumismo giustificato e obbligato... nulla di piu' distruttivo per chi ha neuroni diciamo artistici."

"E quindi?"

"La questione è che non potrei più vivere lontano da mia figlia. La amo. E sono felice di non lavorare per dedicarmi a lei, anche se qui, devo ammettere, forse entra in gioco l'insoddisfazione professionale piuttosto che la vocazione materna. Vedi, essere genitori è una condizione irreversibile. Una volta che diventi genitore non puoi più essere non genitore. In un certo senso è come la morte: da lì non ne esci."

"E secondo te alle persone piace morire? Nessuno piu' avrebbe figli se fosse così."

"Il fatto è che le persone sembrano non chiedersi nulla. A scuola è da asociali studiare e allora non studiano. Non lavorare è da emarginati e allora non si discute anche se il lavoro non piace. Arrivano ad una certa età e allora il figlio ci vuole. La gente pare che non viva, ma porti avanti la baracca. Se dicono che e' Natale allora la gente mangia panettone anche se non piace. Se e' Pasqua allora si mangia la colomba. E Tu mandi giù senza distinguere convinto di non star mangiando merda solo perche' te lo dicono."

"Ma nessuno ti obbliga a seguir convenzioni anche se hai famiglia".

"In teoria sì, ma in pratica sei sempre sotto stress affinché non cedi e fai come dicono loro perché sei stanco e non ce la fai più. Come quando i figli fan capricci".

"Ma se sei forte resisti."

"Il guaio è che in certi momenti vorresti solo vivere la tua vita tranquilla senza render conto a nessuno. So che per mia figlia farei di tutto, ma poi mi chiedo perchè si metta al mondo un figlio sapendo che la tua salute e qualità di vita peggioreranno: problemi dopo e durante Il parto, stanchezza prolungata per anni, anni di sonno persi, nonché nervosismo ..."

"beh se nessuno avesse più figli, ciascuna vita potrebbe essere perfetta, ma rimarebbe perfettamente fine a sè stessa. Anche se diventassi una scrittrice ad un certo punto non avresti più persone che ti leggono.

"Lo so perfettamente. E' solo che bisogna ammettere che per una persona che ambisce a fare una vita all'insegna del benessere e del relax fare figli appare come la cosa più irrazionale che esista."

"La vita è quella cosa che se ti soffermi a pensare perde ogni senso".

"Va bene, ma allora perchè generare una persona che dà il senso alla tua vita se tanto la vita è priva di senso?"

"Sai che alla gente piace illudersi. E piace anche trovare un alibi per non realizzare i propri sogni. Un figlio è l'ideale."

"Sai benissimo che non accuserò mai mia figlia per i miei fallimenti. E poi se hai grilli per la testa, di certo non ti passano figliando. Prima o poi il loro suono ti richiama, come sta succedendo a me."

"E allora seguili."

"A volte è veramente difficile. Ho come l'impressione che quando mia figlia si svegli al mattino, la Mia giornata finisca."

"E questo si chiama non accusare tua figlia?"

"Hai ragione, ma spesso concepisco idee e pensieri che vengono uccisi dal suo pianto."

"Quindi la stai accusando? Senti, magari non credi alla famiglia ma so che credi all'amore. Il tuo amore per lei prevarrà e sicuramente troverai anche il modo per esprimere il tuo essere anche se non tramite una carriera e una famiglia tradizionali."

"Hai ragione e questo vale anche per chi già amavo prima di mia figlia. Però certi momenti, quando all'amore subentrano questioni pratiche e vi sono disaccordi, arrivo quasi al punto che vorrei che la mia vita finisse."

"Lo sai bene che non lo vorresti perchè pensi: chissà lei come farebbe. E' lei che ti spinge ad andare avanti, è lei che ti fa sentire indispensabile. E' lei il senso della tua vita."

"E' un controsenso: generi chi ti ruba il tempo, il sonno e la vita per avere il senso di una vita che non ti appartiene più. E' un patto col diavolo se ci pensi."

"E' così se pensi che la tua vita non abbia altro senso oltre lei."

"Ma io mi sento una nullità. Non posso neanche sfogarmi perchè se urlo è diseducativo. L'altro giorno mi sono morsa la mano in presa ad una crisi di nervi e di stanchezza per la mancanza di dar libero sfogo al Mio essere."

"Capisco, a maggior ragione ne devi parlare e scrivere e trovare il tempo per Te. Se sembrerai pazza non preoccuparti del giudizio degli altri ma del fatto che se non ne parli diventerai pazza sul serio e allora  sarà un problema di sostanza e non di apparenza."

"Grazie Schwanden. Posso farti una domanda?"


sabato 9 maggio 2015

L'acqua e il fuoco

L'acqua e il fuoco sono una potente fonte di energia.
L'acqua e il fuoco sono elementi essenziali, non sono lusso.
L'acqua e il fuoco hanno ruoli di vitale importanza: l'acqua disseta, il fuoco riscalda.
L'acqua e il fuoco hanno anche ruoli di fatale importanza: l'acqua annega, il fuoco incendia.
L'acqua può vivere imbottigliata, il fuoco no.
L'acqua cade al suolo. Il fuoco si spande nell'aria.
L'acqua appare incolore; il fuoco rosso calore.
L'acqua può essere percepita solo con la vista. Il fuoco coinvolge tutti i sensi.
L'acqua si fa sentire solo quando precipita o scorre. Il fuoco si fa sentire sempre, crepitando.
L'acqua evoca evoluzione. Il fuoco rivoluzione.
L'acqua spaventa solo se in gran quantità, se scorre impetuosamente o se precipita intensamente. Il fuoco spaventa al solo manifestarsi.
L'acqua è una sostanza. Il fuoco deriva da una reazione.
L'acqua e il fuoco vengono chiamati insieme dall'universo e dallo zodiaco.
L'acqua e il fuoco non festeggiano mai. La loro presenza non è ricercata, ma scontata.
L'acqua e il fuoco potrebbero annientarsi a vicenda: il fuoco facendo evaporare l'acqua, l'acqua spegnendo il fuoco.
L'acqua e il fuoco sono elementi naturali: non vogliono danneggiarsi a vicenda.
L'acqua e il fuoco non si toccano per rispettarsi reciprocamente.
L'acqua e il fuoco collaborano svolgendo indipendentemente ognuno il proprio lavoro.
L'acqua e il fuoco abitano lo stesso luogo, ma non si incontrano mai.

Mia sorella A. ed io siamo come l'acqua e il fuoco. Abbiamo sempre avuto idee diverse e siamo sempre state distaccate, per rispetto. Meglio stare ognuno per sé che dover frequentarsi per forza e danneggiarsi a vicenda. 

Da bambina volevo condividere con lei qualsiasi cosa. Non volevo possedere nulla: ciò che era mio per me era anche suo. Lei invece no. Divideva, delineava. “Questo è tuo, non lo tocco. Ma quello è mio”. E allora rispettavo la sua proprietà, senza difendere la mia. La rispettavo perché lei non mi giudicava, né voleva approfittare del mio “comunismo”. Semplicemente si comportava con me come voleva che io mi comportassi con lei. Ed allora la accontentavo: non toccavo ciò che era suo, ma lasciavo a sua disposizione ciò che era mio, anche se lei non lo toccava. Di fatto anche io mi comportavo come avrei voluto lei si comportasse perché non mi interessava avere le sue cose, anche se mi spiaceva che non avesse le mie stesse idee.

Apparentemente lei non ha mai fatto paura, incolore come l'acqua. Non si espone, non si fa sentire, anche se si fa notare con trucchi, borse e abiti firmati. Io invece son sempre stata un pericolo apparente, un segnale rosso, quella che da piccola le faceva paura non appena si mostrava. Quella che si espone, che non sta mai zitta e che non ha bisogno di farsi notare. Incandescente, a volte irrequieta e convulsa, ma altre volte ferma e definita come la fiamma di una candela. Lei invece sempre incolore, nonostante i belletti. Ma anche lei è pericolosa, anche se non lo fa vedere. Se ci cadi dentro può farti annegare. Di fatto anche lei scorre libera, sempre al suolo. Il fuoco sale in aria, si disperde. 

L'acqua scorre e talvolta è in piena. L'acqua non si rende conto della sua funzione vitale. Tende sempre a pensare al fatale. Invece il fuoco pensa di essere vita.

L'acqua e il fuoco obbediscono all'universo. Legate da vincoli naturali, non si farebbero mai del male e pensano sempre al bene del “pianeta”. Pianeta ormai distrutto da due disgrazie familiari. E ora si ritrovano in causa, sempre a debita distanza, per fronteggiare il pericolo di una terza. 

L'altra mia sorella S. ha scampato la morte qualche mese fa. Perforazione dell'intestino. Intervento urgente con poche possibilità perché era già in shock. Ma per fortuna il pericolo sembra essere passato. Ora sta bene, dopo altri due interventi. 

Mia sorella A., a cui avevo ceduto la tutela di S. perché volevo emigrare, ha mostrato le sue capacità. Per proteggerla ha “inondato” gli operatori e gli assistenti sociali. 

Per badare a mia figlia, non ho potuto aiutarla molto, ma lei se l'è cavata da sola. Spero però che la situazione rimanga stabile per qualche anno almeno, che non succedano imprevisti perché ho il timore che ciò che per me potrebbe essere un'altra disgrazia familiare, per lei potrebbe essere l'apocalisse.


sabato 7 marzo 2015

Il bidone pieno d'oro

Il bidone è un contenitore il cui valore e uso sono attribuiti dalla società.
Il bidone è il cesso dei borghesi e la cucina dei barboni.
Il bidone è l'esperto dei rifiuti.
Il bidone è tuttologo.
Il bidone si espone alle intemperie e alle offese pubbliche.
Il bidone trascura l'apparenza per concentrarsi sul contenuto.
Il bidone viene allo stesso modo considerato, anche se viene pulito e disinfettato.
Il bidone è sempre uguale esteriormente, ma cambia sempre internamente.
Il bidone non cresce di dimensione, ma si riempie fino all'orlo e poi si svuota per riempirsi di nuovo.
Il bidone non ama gli oggetti materiali e quindi ne assorbe i rifiuti.
Il bidone raccoglie, ma non produce spazzatura.
Il bidone mostra l'essenza delle cose senza processarle.
Il bidone resta isolato perché mostra ciò che la gente non vuol vedere.
Il bidone accoglie tutti finché è pieno, poi li butta fuori.
Il bidone non fa discriminazioni, se non a fini ambientali.
Se non ci fossero i bidoni le case sarebbero bidoni e le strade pure.
Se non ci fossero i bidoni, tutto (o niente) sarebbe spazzatura.

Agli occhi di qualcuno, nella famiglia acquisita, credo di essere sempre apparsa come un bidone, interessata più ai rifiuti della società piuttosto che alla società stessa. Un bidone, perché non ha paura di esporsi in strada. Un bidone perché ricco di ciò che la gente comune non apprezza. Un bidone perché non cura l'aspetto esteriore e nemmeno “l'etichetta”. Un bidone perché non usa mezzi termini. Un bidone perché ha tutto, ma non produce nulla che venga venduto. Un bidone perché preferisce puzzare di verità che profumare di ipocrisia.

Un bidone che ad un certo punto si è scoperto contenesse l'oro. E allora tutti a curarsi del contenitore, che sempre bidone rimane però. Tutti a cercare di mettere al riparo dalla strada quel bidone, soltanto per proteggere l'oro. Il bidone però, a differenza di ciò che è avvenuto con gli altri contenuti, non vuole abbandonare l'oro una volta svuotatosene. Vuole tenersi accanto il suo tesoro. Quell'oro che, una volta uscito dal bidone, vorrebbero mettere al sicuro ed educare in un luogo più idoneo: un forziere. Ma non comprendono che l'oro ha bisogno del bidone perché è lì che è stato concepito.


giovedì 1 dicembre 2011

La legge della giungla

Le difficolta' maggiori che incontrero' al rientro nella mia citta' natale deriveranno sempre dalla mia famiglia, ormai ridotta: le mie sorelle.
La sorella, che e' invalida, da circa un mese non viene piu' assistita dall'altra mia sorella, ma risiede in una struttura residenziale dei servizi sociali.
L'altra sorella adesso per la prima volta si sta confrontando con la sua stessa esistenza. Cosa fare? Qual e' il suo ruolo? Deve cercare un lavoro, non ha un reddito. Soltanto ora ne percepisce la necessita' e ha voglia di lavorare, ma ha pochissime possibilita', essendosi diplomata ormai da dieci anni e non avendo nessuna esperienza lavorativa, se non di un paio di lavori saltuari, e nessun corso professionale spendibile. Sta cercando attivamente, ma non sta trovando nulla.
In effetti chi seleziona il personale che elementi ha per capire che ha vissuto una situazione disagiata ed adesso vorrebbe una possibilita' per dimostrare le sue capacita'? Dal curriculum, risulta soltanto la facciata: nulla ... nulla resta delle premure verso la madre e verso la sorella invalida, nulla ...
E non puo' nemmeno rivendicare l'appartenenza alle categorie protette, pur avendo vissuto il disagio familiare.
Cio' che mi fa innervosire e' il suo atteggiamento vittimista e difensivo: "nessuno mi assume, sono tutti cattivi, la colpa non e' mia". Ma come non e' sua? Vorrei rinfacciarle che l'avevo avvisata che non poteva vivere tutta la sua vita con la madre, che doveva uscire da quella condizione di schiavitu' che lei pensava fosse liberta' perche' le consentiva di vivere nell'ovatta materna, al riparo dai pericoli, dai problemi e con la possibilita' di concedersi vizi e capricci.
Vorrei dirle con freddezza e intransigenza: "Ecco, queste sono le conseguenze della tua condotta che ha ignorato i miei consigli. Pensavi fosse ingiustificata la mia ira quando realizzavo anno dopo anno che non avevi ancora cercato attivamente un'occupazione? E adesso pensi che sia ingiustificato lo stato di disoccupazione in cui ti trovi? Pensi di non essere responsabile della tua rovina? Non credi che adesso dovresti uscirne da sola? Non osi chiedermelo, ma ti aspetti da me un aiuto, anche se sai benissimo che io non ho nessuna intenzione di mantenerti e di viziarti come la mamma. E secondo te cosa dovrei fare?"
Anni di evoluzione, di progresso, di sviluppo economico e di conquiste sociali, ma il principio e' sempre quello: la legge della giungla. Il piu' forte sopravvive. Non c'e' giustizia migliore: in tal modo ognuno ha cio' che merita.
Ma non potrei sopportare il mio menefreghismo se le voltassi le spalle.
In fondo se la aiutassi potrebbe trovare la possibilita' che cerca, possibilita' che potrebbe cambiarle la vita.
Se non l'aiutassi, il suo vittimismo troverebbe una giustificazione, in quanto le infliggerei la pena che tutto sommato si merita. Ma la sua vita non cambierebbe, se non in negativo poiche' aumenterebbe la sua paura e la sua diffidenza nei confronti del mondo.
In fondo e' stata danneggiata, vittima si' della sua debolezza, ma soprattutto del lassismo di mia madre. E' una ragazza intelligente, ma non e' consapevole delle sue capacita' perche' non ha avuto occasione per dimostrarle e, sotto l'egida della madre, non ne ha neanche sentito la necessita'. Perche' procacciarsi il cibo se qualcuno gia' pensa al mantenimento? Che bisogno c'e' di testare la propria forza se qualcuno pensa a difenderci?
Vorrei tanto insegnarle a "cacciare" e spronarla a tirare fuori le sue capacita' nascoste. Non e' mica un'impresa facile, visto anche il suo carattere introverso, ma accetto la sfida.
C'e' pero' una questione da sollevare: neanche io avro' un lavoro quando tornero' in Italia. Puo' una persona che non ha lavoro insegnare un'altra a trovare lavoro? Penso di si', cosi' come un cacciatore puo' insegnare a cacciare senza avere in mano la preda.
Io ho un "avanzo" nel curriculum, lei un "deficit", ma ci troviamo a fronteggiare la stessa situazione: la nostra collocazione.
Cio' che accomuna gli estremi opposti e' la lotta alla sopravvivenza: ciascuno deve lottare per mantenere la propria posizione. Come il povero deve lottare per non morire di fame, il ricco deve lottare per mantenere il proprio status. Il ceto medio invece non deve lottare, potendo godere della sua posizione, ma semmai puo' temere di diventare povero, sognare di diventare ricco oppure disprezzare gli estremi.
Se fosse possibile, sarebbe giusto trasferire il mio "avanzo" curriculare a mia sorella, in modo tale che entrambe saremmo in pareggio? Non sarebbe giusto perche' entrambe non avremmo quello che meritiamo, ma sarebbe equo, poiche' non ci sarebbe diseguaglianza ed entrambe saremmo dispensate dalla lotta.
Ma non sempre, come in questo caso, cio' e' possibile. E' possibile trasferire il denaro, ma non la forza e le abilita' per produrlo. Nella legge della giungla, avere due vincitori equivale ad avere due vinti. Nella legge della giungla il ceto medio non esiste.
E noi siamo due bestie che per fortuna non lottiamo l'una contro l'altra. Aiutarla a sopravvivere, vorrebbe anche dire guadagnarmi la sua stima e il suo rispetto nei miei confronti, analogamente alla posizione "alfa" di dominanza di un branco. Voltarle le spalle vorrebbe dire allontanarla da me, distruggendo quello che rimane della famiglia ed uscendo definitivamente dal branco.

martedì 30 agosto 2011

L'armistizio

Ero confusa, ma dovetti agire. Erano le cinque di notte. Avvertii le infermiere dell’accaduto. Poi sbaraccai tutto: vestiti, effetti personali miei e di mia madre e portai via, in modo da non dover piu’ tornare in quella stanza.
Dopo piu’ di due ore, tornai a casa di mia sorella, affrontando il momento piu’ critico: riferirle la notizia. Per fortuna, la trovai tranquilla. Subito penso’ fossi passata soltanto a prendere qualcosa per la mamma. “Come sta?”. Non ci credette. La lasciai sfogarsi. “Cosa devo fare? Devo tornare li’? Devo vedere mentre la portano via?”.
Le risposi che non doveva fare nulla e che non era neanche tenuta a venire alla cerimonia. Infatti poi non venne. Ando’ a farsi una passeggiata, vagando senza meta. La lasciai andare: sapevo che non si sarebbe persa e che la responsabilita’ per l’assistenza all’altra mia sorella la legava alla casa e l’avrebbe motivata ad andare avanti.
Passai la giornata al telefono, annunciando la brutta notizia. In particolare, avvisai le sorelle di mia madre, che non sentivo ne’ vedevo piu’ da anni. Infatti, dopo il litigio con lo zio e dopo essermene andata di casa, avevo vissuto dimenticandomi dell’esistenza dei parenti. Mia madre lo accettava e, per non rendere piu’ difficile la situazione, non richiese la visita delle sorelle quando fu ricoverata in ospedale ancora cosciente. So che avrei dovuto avvertirle prima, ma, conoscendole, temevo le loro reazioni esasperate d’ansia e angoscia, che non avrebbero giovato a mia sorella e che non avrei potuto controllare, data la mia lontananza. D’altro canto, mia sorella era assolutamente contraria a contattarle e coinvolgerle. Aveva bisogno di persone discrete che dimostrassero razionalita', autocontrollo e fermezza, non che contaminassero ulteriormente l’ambiente con pianti e urla isteriche o con lamentele ingiustificate contro i medici. Mi rendevo conto che il loro comportamento non era doloso, ma causato soltanto dalla loro incapacita’ di gestire le emozioni, non rendendosi conto delle possibili influenze negative verso l’ambiente esterno. In fondo, non le potevo giudicare. Anche io in passato avevo dimostrato tale incapacita’.
Perche’ non ci avete avvisato prima, quando la mamma era grave?”. “Zia, credimi, e’ stato meglio cosi’ per tutti”. E le spiegai la situazione. Capi’.
Alla cerimonia, nonostante i passati conflitti e attriti, ci trovammo di nuovo riuniti. Tutti condividevamo lo stesso sentimento, tutti le eravamo affezionati. Forse era stata la mancanza di dialogo ad averci allontanato, accompagnata dalla mia ostilita’ nel difendere il mio territorio e la mia posizione di capofamiglia. Ma ora nessun rancore aveva piu’ senso di esistere e ogni sentimento negativo nei confronto dei miei parenti si annientava. Non avevo piu’ nulla da temere e da difendere. Del mio territorio non restava null’altro che la mia proprieta’.

domenica 28 agosto 2011

L'ultimo dono

Dopo circa due mesi in casa, immobilizzata a letto, fu trasferita in ospedale, per le cure palliative. Mia sorella passava le giornate al suo fianco, soprattutto per aiutarla durante i pasti. “Mamma come stai?”. “Bene”, rispondeva sempre, nonostante tutto. E sorrideva, serena. Non si lamentava mai. Non aveva una ruga nel volto. Aveva sempre sorriso. Non aveva studiato, ma pur con la licenza elementare, era piu' saggia di me che avevo una laurea avanzata. Era una persona semplice. Non si aspettava nulla dalla vita e non aveva ambizioni. Si difendeva dalle avversita' con il sorriso, la sua arma vincente. Il suo spirito e la sua curiosita' erano sempre stati quelli di una bambina. E sembrava che la sua malattia, anziche' farla invecchiare, la stesse riportando allo stato di una bambina in fasce. Per intrattenerla, le proposi un giorno di giocare a carte. “Tocca a te. Scarta.” Mi guardo' con un sorriso innocente, ingenuo e tenero, come per dire. “Cosa devo fare? Quale carta devo buttare?”.
Le leggevo libri, ma non mi ascoltava, anche se sorrideva e faceva credere di gradire la lettura. In realta' era solo felice di sentire la mia voce. “Di cosa parla?” E mi ripeteva l'ultima parola che l'aveva colpita. “Guerra”. Essendo nata proprio nel D-Day, non poteva rimanere indifferente a quella parola.
La interrogavo sui proverbi, il suo argomento preferito, la sua filosofia. Iniziavo con: “Meglio l'uovo oggi ...”, e rispondeva “che la gallina domani”. “Chi pecora si fa … “ e via dicendo. Non ne sbagliava uno. Ma quando le chiedevo cosa avesse mangiato a pranzo non rispondeva. Non si ricordava. Per esperienza, avevo imparato a non piangere davanti alle persone malate che, loro malgrado, sono la causa della tua sofferenza. Ma era veramente difficile non scoraggiarsi. Spesso piangevo in bagno, oppure sul treno, rannicchiata sul sedile, dando l'impressione di dormire.
Dopo due mesi di degenza, arrivo' il primo allarme: e' entrata in coma. Mia sorella mi chiamo' disperata. Non sapeva cosa fare. Non se la sentiva di andare in ospedale. Era domenica, mi ero appena rilassata a casa dopo il viaggio di ritorno, e purtroppo era troppo tardi per ripartire. Nessun treno viaggiava a quell'ora. Chiamai un'amica di famiglia, un' infermiera, una persona riservata e affidabile che si reco' in ospedale e mi rassicuro' che si trattava di un falso allarme. La mattina seguente arrivai. Chiesi alcuni giorni di permesso lavorativo, per capire cosa poteva succedere. Di giorno passavo a trovare mia madre, dando il turno a mia sorella e poi mi fermavo durante la notte ad assisterla e sorvegliarla. Mia sorella era tranquilla perche' ero io ad avere il controllo della situazione. Ed io non volevo lasciar sola mia madre.
Dopo qualche giorno la trasferirono in una struttura ospedaliera per malati terminali. Mi avvertirono che non sarebbe vissuta piu' di tre mesi.
Mia sorella non voleva guardare in faccia la realta'. Percio' evitava il dialogo con i medici. “Come sta? Come sta? Come ti sembra? Potrebbe riprendersi?”. Mi telefonava per chiedere notizie quando non era li' presente. Cosa le potevo rispondere? Era difficile mantenere la calma, ma le rispondevo che la situazione era normale e stabile, che riuscivo a darle da mangiare e che sorrideva. Cio' bastava a rassicurare mia sorella.
Nessuno poteva sapere il giorno esatto in cui mia madre ci avrebbe lasciate, ma la situazione poteva perdurare anche qualche mese. Pertanto, ripresi a lavorare, anche se con la paura dello squillo del cellulare. I colleghi e il capo riuscirono a rendermi la vita serena, anche in quelle circostanze.
Ripartivo il venerdi' sera per passare le notti in ospedale e ripartire lunedi' mattina alle cinque per tornare a lavorare. Era tutto quello che potevo fare per non trascurare il lavoro e la mia vita e per mantenere il controllo della situazione familiare. Per fortuna, la struttura ospedaliera dove era collocata mia madre era confortevole abbastanza da rendere vivibile il soggiorno e la permanenza dei parenti che sostenevano i pazienti. La stanza di mia madre sembrava un piccolo appartamento ammobiliato, con televisione, angolo cucina, guardaroba, divano - letto per gli ospiti e bagno con doccia.
Per distrarmi, mentre sorvegliavo mia madre, leggevo romanzi o saggi, il mio passatempo preferito da quando pendolavo nel fine settimana. Inoltre ascoltavo musica e facevo acoltare a mia madre autori di suo gradimento che riconosceva e tentava di canticchiare.
Pian piano peggiorava. Ogni lunedi' che passava, il rischio di ripartire senza piu' vederla aumentava. “Per questa settimana puo' tornare al lavoro. Ma chieda il permesso per la prossima”. Mi suggeri' il medico. Io guardai mia madre. Mi accenno' un sorriso e allora ripartii.
Il giovedi' di quella settimana, arrivo' un altro allarme, che per fortuna si rivelo' soltanto un ultimo avvertimento. La settimana successiva non tornai al lavoro. Dissi a mia sorella che avrei badato soltanto io alla mamma, giorno e notte e che quindi lei poteva starsene a casa, possibilmente tranquilla. Non insistette e mi lascio' il pieno potere. Non avrebbe potuto sopportare quello spettacolo, ma non voleva ancora credere che sarebbe accaduto.
L'assistenza durante quei giorni fu terribile e agonizzante. Mia madre non rispondeva piu'. Non mangiava, ne' beveva. Il respiro diventava sempre piu' faticoso. Era questione di momenti. Non volevo allontanarmi e i pochi istanti che lo facevo, per esigenze personali, ero sempre in allerta perche' rischiavo che fosse troppo tardi per salutarla. Ed io volevo essere li' con lei in quel momento, per stringerle la mano, per accompagnarla non so dove o soltanto per confortarla nell'ultimo attimo.
Mi chiedo sempre che sensazione si provi a morire. Dolore? Sollievo? Nessuno puo' testimoniarlo. In ogni caso, la mia presenza le avrebbe certamente reso piu' piacevole la transizione, anche se non poteva esprimerlo.
Era una mamma eccezionale. Non aveva mai negato nulla alle sue figlie, anche se la sua eccessiva presenza si era rivelata diseducativa. Ma non e' per nulla facile educare e pochi lo sanno fare bene. Ma il suo coraggio, il suo sorriso e la sua sincerita' mi hanno insegnato molto di piu' di quanto belle parole, ma non spontanee, avrebbero potuto insegnarmi. La presenza delle persone a lei care la rendeva felice e lo dimostrava con il suo sorriso illuminante. Depressione, frustrazione, stress erano termini che non erano mai esistiti nel suo vocabolario, anche nelle giornate piu' cupe e nei momenti difficili. Forse l'essere nata durante la seconda guerra mondiale le aveva insegnato a vivere in balia degli eventi e a sapersi accontentare, a saper apprezzare il cibo, desinando con generose porzioni, come se fosse sempre festa. Forse non ha saputo adeguarsi ai cambiamenti sociali, o forse non era in grado di vedere aldila' della sua realta'. Ma il suo mondo, tutto quello che aveva, l'ha trasmesso alle sue figlie interamente, senza riserve. Cosi' come il suo sorriso, il suo dono piu' prezioso.
Ero in dormiveglia. All'improvviso il suono del suo respiro cambio'. Capii che era arrivato il momento. Mi avvicinai. “Non potro' mai ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me, anche se spesso siamo state in conflitto, odio e amore per la stessa ragione: la vita che mi hai dato. E ora mi stai dando anche la tua. Non la merito e non vorrei accettarla, ma non posso fare altro che accoglierla, come ultimo tuo dono, e stringerla fra le mie mani”.

venerdì 26 agosto 2011

Il moto pendolare


Mia madre stava di nuovo male. Stavolta il cancro aveva colpito il cervello e gli effetti sarebbero stati devastanti. Subito dopo la diagnosi, fece delle terapie che furono efficaci per qualche mese e le permisero di condurre una vita normale. Ma poi gradualmente la situazione peggioro’. Era pericoloso lasciarla sola in casa. Si sentiva confusa. Spesso non capiva dove si trovava e a volte scambiava me per mia sorella.
Andavo a trovarla tutti i week end. Facevo il possibile per aiutarla, ma soprattutto per aiutare mia sorella, che badava a mia madre e all’altra mia sorella invalida tutto il tempo, aiutata soltanto in parte dall’assistenza sociale diurna. Pero’ era veramente difficile trattare con mia sorella. Aveva una dipendenza affettiva, quasi morbosa, nei confronti di mia madre. Le sembrava normale stare tutto il giorno in casa e non lavorare per badare alla madre e alla sorella. Ed era apprensiva. Non riusciva a distrarsi. Esisteva solo la madre per lei e mi considerava un’egoista perche’ lavoravo, vivevo in un’altra citta’ e venivo a trovare la mamma soltanto nel fine settimana. Non capiva affatto quanto fosse faticoso nel week end, dopo una settimana di intenso lavoro, alzarsi alle cinque del mattino e dopo, quattro ore passate sui mezzi pubblici, vedere la mamma che peggiorava di volta in volta. Non capiva il mio dolore nel ripartire la domenica pomeriggio per ritornare a vivere lontano chilometri. Mi spiaceva essere lontana. Ma avevo diritto anche io a vivere. Sarebbe stato un vano suicidio se anche io avessi mollato tutto e fossi rimasta tutto il giorno con la mamma. In ogni caso non sarebbe guarita. Inoltre avrei rischiato anche io di alienarmi, e cio’ avrebbe potuto soltanto peggiorare la situazione, visto che mi ero appena ripresa dal mio malessere. Invece vivere una vita serena durante la settimana, mi dava le forze e lo spirito necessario per affrontare l'atmosfera infernale del week end.
Dopo circa quattro mesi dal mio trasferimento, pero’ la situazione divento’ critica: mia madre non camminava piu’. Mia sorella si rivolse ad una badante. Opinai che fosse meglio inserire mia madre in una struttura. Ma mia sorella non ne volle sentire parlare. Non voleva che andasse via di casa, a meno che non la ricoverassero in ospedale. “Ma non ti rendi conto che in casa non si hanno le strutture adeguate per poterla assistere? Neanche la badante riesce a farle il bagno.” Le dicevo. E le assistenti sociali minacciavano di intervenire. Ma io preferivo non contrastare la scelta di mia sorella che, nonostante il suo atteggiamento immaturo, era una persona responsabile. L’atteggiamento autoritario nei suoi confronti, in questa situazione, non avrebbe fatto che peggiorare il nostro rapporto gia’ difficoltoso.
In fondo, capivo quello che provava. Era come sentirsi in dovere di assistere alla demolizione della propria casa che, all’improvviso, viene giudicata pericolante. Temeva quello spettacolo e non voleva assistervi, ma non voleva neanche attivarsi per scappare o per ridurne le conseguenze. Soltanto qualcuno di sua fiducia poteva evitarle quella visione e tutte le pratiche successive. Qualcuno a cui lei avrebbe lasciato in mano la situazione e di cui anche mia madre si sarebbe fidata. Soltanto io potevo prendermi quell’incarico ed evitarle un eventuale trauma. Era l'unica cosa che potevo fare per lei. Ma il rischio di non poter intervenire al momento opportuno era elevato. Ma forse potevo sperare di individuarlo osservando attentamente la situazione, settimana per settimana.
E intanto pendolavo, tra un binario e l’altro, tra domicilio e residenza familiare, tra la mia vita e quella di mia madre.

martedì 2 agosto 2011

Secessione

Nel mio ruolo di capofamiglia non trovai difficile gestire le pratiche, gli affari e prendere decisioni, anche perche’ mia madre mi lasciava pieno potere, come se fossi mio padre. Trovai invece arduo gestire il rapporto con mia sorella: non mi considerava ne' un genitore, ne' tantomeno una sorella. Infatti si sentiva subordinata a me: non si intrometteva, ne' esercitava ostruzionismo sulla gestione familiare, visto che nemmeno mia madre lo faceva. Ma per le questioni che riguardavano la sua vita, non esercitavo alcuna influenza. Infatti non seguiva i miei consigli che la invitavano a esporsi, a cercare la sua strada, ad immaginare il suo futuro al di fuori del nido materno. L'avrebbe fatto soltanto se la madre l'avesse spronata.
Mia madre non la incoraggiava neanche a cercare lavoro. L'avrebbe mantenuta a tempo indeterminato . "Mi aiuta in casa". Era la sua giustificazione. Ed io mi sentivo impotente di fronte al suo lassismo ed ero preoccupata per mia sorella. Ma e’ inutile lottare per dare la vista ad un cieco che vuole vivere nell’oscurita’.
Sperimentai allora la stessa frustrazione che provo’ mio padre. Un disagio derivato anche dall’influenza dei parenti stretti di mia madre. Spesso le mie zie e la loro carovana si presentavano a casa mia, senza avvisare della loro visita. E mia madre accoglieva tutti calorosamente, dimenticandosi dei suoi lavori casalinghi o della passeggiata che avevamo in programma. Mio padre non lo sopportava. Lo vedeva come una mancanza di rispetto nei confronti della nostra famiglia. Ma per mia madre invece era una mancanza di rispetto chiudere le porte alla sua famiglia. Ma eravamo noi la sua famiglia o erano le sue sorelle e suo fratello? Io ho sempre difeso la posizione di mio padre, incitando mia madre a parlare chiaro con i parenti. “Ma non puoi dir loro esplicitamente che dobbiamo uscire?” “Inoltre, non puoi pregarli di avvisarci prima che si presentino?”
Ma mia madre non seguiva il mio consiglio. E mio padre, per il quieto vivere, usciva di casa, per non manifestare la sua collera che io comunque percepivo e capivo che lo distruggeva internamente.
Soltanto una volta, uno o due anni prima di morire, non riusci’ a contenere l'irritazione. Nell’appartamento di mia zia erano in corso lavori di ristrutturazione. Per tutta la loro durata, quasi un mese, mia zia sarebbe venuta tutti i giorni a pranzare da noi. A mia madre non arrecava alcuna fatica cucinare o rigovernare. Ma non si accorgeva di quanto mia zia fosse invadente e maleducata e, quando di malumore o angosciata, anche esasperante. Mio padre la sopporto’ per una settimana, finche’ non ebbe l’occasione di rispondere sgarbatamente ad un suo intervento inopportuno.
Mia zia si offese e trovo’ un’altra “pensione”. Mia madre, che si rendeva conto dell’esistenza di un tormento solo se esso veniva manifestato, non cerco’ di convincere la zia a ritornare.
Dal momento che ero io il capofamiglia, avvertii l’esigenza di difendere il mio territorio. Non soltanto per cercare di rivendicare mio padre. Ma perche’ avevo bisogno di tranquillita’. Non sopportavo di assistere a sceneggiati di lamenti e flagelli da parte delle zie che, alludendo alla morte di mio padre, ripetevano: “Che febbre strana! Che sara’ stato? ”. Ed era assurda la stupidita’ che si palesava nella risposta che cercavano di darsi. “Magari e’ stata colpa degli uccelli! Ho sentito che portano malattie”. Infatti si riferivano ai canarini che avevamo in casa.
Dissi a mia madre che non sopportavo piu’ le loro visite. Quindi mia madre, per venirmi incontro, fu costretta a chiedere ai parenti di avvisare prima di venire, in modo che io potessi pacificamente evitarli. La mia ostilita’ nei loro confronti derivava dall’intolleranza per il turbamento della quiete familiare, dal timore della loro influenza su mia madre e della loro ingerenza nella gestione familiare. Inoltre, la loro presenza richiamava continuamente il malessere di mio padre, che ora vivevo in prima persona.
In particolare, intuivo che prima o poi avrei avuto occasione di rimproverare un mio parente per il danno economico che le sue vane promesse avevano causato a mio padre. E l’opportunita’ si presento’. Mio zio premeva per formalizzare per iscritto un accordo verbale intrapreso con mia madre anni fa. Io mi intromisi facendo attrito perche’ volevo tutelare mia madre e venire a conoscenza degli obblighi fiscali e legali. Non sopportando la sua insistenza, gli dissi per telefono cio’ che pensavo, cio’ che mio padre non ebbe il coraggio di dirgli. Provocai la sua adirazione. Suono’ il campanello di casa. Mia madre non lo fece entrare, temendo una reazione violenta, ma volle scendere nell’androne per parlargli. Rimasi sconvolta dalla prepotenza del parente e dalla minaccia del danno che avrebbe potuto arrecare. Decisi allora di andarmene di casa affinche’ mia madre si ricordasse dell’episodio e si allontanasse dal fratello.