domenica 24 febbraio 2013

La sala verde

Il camice. Le calze. Il letto. La preparazione. I preliminari. E poi … NULLA. “Siamo stanchi. Non possiamo soddisfarla. Il paziente precedente ci ha tolto tutte le energie, tutte le voglie. D'altronde i pazienti non sono macchine. Hanno i loro tempi. I loro bisogni. Non possiamo sempre garantire prestazioni ad ore. Ci dispiace averla tenuta a digiuno così tante ore e aver accresciuto in lei il desiderio senza poterlo soddisfare. Ci rincresce.” La parola che ha fatto sboccare al vaso. Vomito il vuoto, il bisogno la cui soddisfazione dipende dagli altri. Il dolore più atroce di chi attende e non subisce nulla. Il senso di abbandono, di rifiuto. Il bisogno umano che con la crisi della produzione diventa irragionevole. Ammalarsi in questo periodo richiede lottare affinché il tuo bisogno non divenga così urgente da dover subordinare la tua esistenza alla disponibilità delle risorse sul mercato. La stessa lotta di un disoccupato, per sopravvivere.
NULLA. Falso allarme. Non è ancora la data giusta. “Venga dopodomani.” “Dopodomani non è più Carnevale. Niente scherzi allora!”

Il camice. Le calze. Lo stesso letto. La preparazione. I preliminari, stavolta senza iniezione pre-anestetica, ma con continue iniezioni di fiducia somministrate a turno dai medici. “Stavolta vedrà. Non facciamo cilecca. Rimarrà soddisfatta. Ci siamo. Arriviamo. La prendiamo. Gliela togliamo … quella cistifellea calcolatrice che le impedisce di vivere serenamente. Vedrà. Con quattro buchi sull'addome dovremmo farcela. Ci siamo. Si prepari. Anche se è indisposta, la operiamo lo stesso. Non ci poniamo questi problemi. Siamo abituati al sangue. Lei deve solo aspettare la carrozza.”
Dio, la smettono di eccitarmi, di sollecitarmi tenendomi sospesa, impedendomi di rilassarmi con le mie droghe musicali e di tranquillizzarmi con i miei auto-incoraggiamenti. “Ci siamo, ci siamo....” Ma un momento. Il paziente che mi precede non esce. “Mi sa che la rimandano di nuovo a casa illibata.” L'uccello del malaugurio o il passero della verità? No, non potrei sopportare un altro giorno in bianco. Non ce la faccio più. Non lascio questo maledetto letto e questa stanza finché non placano il mio dolore e il mio desiderio di liberarmene. Chiamino pure la polizia o il reparto psichiatrico. Basta!! Eppure no. Non mi hanno ancora indotto a varcare il confine tra pazzia e sanità mentale. Ho ancora il pieno autocontrollo. Mi calmo. Devo aver fede. Devo essere rilassata per l'intervento. Adesso verranno a prendermi. Ad un certo punto vedo la carrozza arrivare.

E' ora. La sedia mi impressiona e poi vorrei entrare in sala marciando. Ma non esito. Mi accomodo tranquillamente. Non ho paura di entrare nella sala verde. Si apre la porta. In effetti non c'è motivo di essere spaventata vedendo tutte queste facce accoglienti, sorridenti ed amichevoli. E non solo, esperti nel loro mestiere. Mi stringono la mano. Eppure l'idea è terribile. L'idea di affidarsi completamente a qualcuno, a tal punto da perdere i sensi, la propria coscienza. Offrire a qualcuno la possibilità di porre fine alla tua esistenza, in un secondo, con il tuo consenso, nel tuo letargo. O risvegliarsi e non ricordarsi nulla. Cosa è successo? Cosa mi han fatto? Cosa sono questi buchi? E' solo l'idea. L'idea è più pericolosa dell'intervento in sé. Nemmeno i preparativi giustificano il pensiero. E' il pensiero che fa soffrire, che ci addolora. E se trattasi di pensiero allora basta evadervi. Chiudere gli occhi. Non guardare. Sento le gambe tremare. “Tranquilla, te lo faccio passare.” Respiro ossigeno. Ecco ora inizia la partita. “Ora ti addormenti”. Calma e gesso. Vi cedo la palla e ve la metto sul tavolo. Giocateci, tiratela, centrate la buca e poi svegliatemi. Svegliatemi solo quando sarà di nuovo il mio turno di giocare.

domenica 10 febbraio 2013

Il complotto

Rigiro tra le mani la raccomandata: il conferimento di una borsa di studio. Per un attimo metto la proposta davanti a tutto. Dimentico di essere in lista di attesa per un intervento. Dimentico di sentirmi rifiutata dal mondo del lavoro “pagato”. Per un attimo mi vedo pendolare giornalmente per un totale di tre ore al giorno che comprende spostamenti urbani e regionali. Sempre di corsa, la sera arrivare esausta, ma con ancora lavoro da portare a termine per altri incarichi presi per altre persone. E il fine settimana a casa tra pulizie, ancora lavoro e spesa da fare. Talmente impegnata da non sentire il vuoto, da non pensare alle brutture sociali, da non aver tempo da dedicare a nessuno, se non al compagno o ai familiari, da dover interrompere tutte le attività di volontariato e ricreative. In fondo per sei mesi, la durata della borsa di studio, si può fare.
E compenserebbe il fatto che l'anno scorso, per mesi, non ho percepito uno stipendio e forse, per altri mesi dopo la borsa di studio, non percepirò.
Che soddisfazione, mi vogliono! Ma torniamo alla realtà. La proposta è fattibile con la mia attuale condizione di salute? Avrei una decina di giorni prima di iniziare. Già, ma in questi giorni potrebbero chiamarmi per l'intervento. E poi dovrei iniziare a tempo pieno. Contatto il responsabile del progetto. Mi viene incontro, posso posticipare l'inizio di due settimane o un mese. In effetti però non posso garantire di iniziare in completa guarigione, visto che continuano a tardare a chiamarmi dall'ospedale. E poi il carico di lavoro non è ben definito e rischia di essere insostenibile alla luce degli spostamenti giornalieri necessari e delle altre collaborazioni in essere.
Ne parlo con i miei attuali collaboratori. Apparentemente, si indispongono, anche se con loro non ho nessun impegno contrattuale.

Ed inizia il complotto. Un complotto per indurmi a rinunciare a quella proposta e a ritornare nel mio stato di incertezza e precarietà lavorativa, lasciandomi ancora in balia di una data che al momento non mi era ancora stata comunicata. Un complotto, ma si tratta davvero di un complotto o di una mia visione romanzata della situazione?
Proprio quando sto per accettare la borsa di studio, nonostante le mille difficoltà a cui però prevedo di far fronte, mi chiama per un colloquio una persona importante: un direttore di un'unità di ricerca molto importante della mia città, a cui un anno fa avevo mandato il curriculum vitae. Troppo bello per essere vero: una proposta di lavoro triennale come ricercatore. Cosa c'è, o chi c'è, dietro? Scopro che il direttore conosce e ha parlato con le persone con cui collaboro. Infatti lui sa bene che se mi assumesse dovrebbe essere flessibile ed accettare che continui i miei lavori con loro, a titolo gratuito. Penso ormai di avere il posto assicurato e di dover ringraziare infinitamente chi si è tanto interessato a me. Ma davvero si tratta di interesse sincero nei miei confronti oppure il mio collaboratore sta cercando un compromesso per potersi permettere ciò che grazie ai tagli pubblici alla Sanità è costretto a rinunciare? Fin qui in effetti, non pare esserci nulla di male, se non l'impressione di assomigliare ad una mercenaria, o una schiava da poter “affrancare”.
Però perché questa possibilità si prospetta solo adesso che ho un'altra proposta scritta e non prima di svolgere mesi di “volontariato”? In effetti se vado via, li metto in difficoltà.
E perché adesso quei piccoli fondi, su cui avrei potuto contare prima di ricevere l'altra proposta scritta, appaiono evanescenti?
Cosa faccio? Rinuncio ad una proposta scritta anche se ha degli svantaggi, per una possibilità di lavoro stabile come ricercatore? Alla scadenza del termine per decidere, non mi viene ancora comunicata la data di intervento. Quindi non so quando potrò iniziare a lavorare seriamente. Pertanto, per rispetto nei confronti del responsabile del progetto, rinuncio alla proposta per motivi di salute. E adesso, chissà come mai, il direttore dell'altro centro di ricerca ha cambiato idea e decide di finire cortesemente la commedia invitandomi a valutare altre opportunità e a ripresentarmi tra qualche mese, avendo al momento altri progetti.
E così rimango senza nessuna proposta scritta, con i miei dolori che nessuno lenisce comunicandomi una data che ridurrebbe l'ansia di attesa e la preoccupazione che ci sia un altro “errore” che fermi la pratica in segreteria. E nessuno può aiutarmi, apparentemente. E quindi non so con chi posso lamentarmi, chi posso insultare. La segretaria? Magari è maleducata solo perché a sua volta è trattata male sul luogo di lavoro. I chirurghi? In fondo la loro mansione è chirurgica, ma non amministrativa. Il primario? In fondo anche se lui ha il potere, non ne ha pienamente il controllo. L'ospedale? Dipende dai finanziamenti dello Stato. Lo Stato? Facciamo parte dell'Unione Europea, in fondo. L'Unione Europea? L'intero sistema?
Ed il sistema è un'entità da cui ognuno pare sfuggirne al controllo. Ed allora se non si può far nulla contro il sistema che si fa? O si sopporta ogni cosa o si diventa aggressivi con la prima persona con cui è facile lamentarsi ed esigere, quella che gestisce direttamente la relazione con il paziente, i clienti, gli studenti, i figli … a seconda dei casi. Già, e questo non fa che incrementare l'inimicizia verso le persone che sono al nostro stesso livello, con le quali invece bisognerebbe collaborare per giungere al confronto con le persone che stanno più “in alto”.

Ma davvero non posso far nulla? E se facessi una pausa? In fondo ne ho tutte le ragioni. Sto male. Ma chi mi conosce, potrebbe interpretare la mia pausa come una forma di protesta, visto che solitamente non rinuncio a lavorare neanche quando la salute non lo permette. Se facessi una pausa proprio adesso metterei in difficoltà i miei collaboratori, impedendo loro di portare a termine alcuni lavori in scadenza. Una pausa, fino alla data di intervento. In tal modo, visto che devo essere operata nello stesso ospedale dove lavorano i miei collaboratori e loro conoscono i chirurghi, potrebbero avere l'interesse a far sollecitare la mia pratica. Però facendo una pausa potrei indispettirli ulteriormente e di conseguenza rimetterci, anche per future collaborazioni. Ma in effetti, ora come ora, la mia salute viene prima, anche se la mia salute dipende anche dagli stessi chirurghi.
Faccio una pausa. I lavori vengono rinviati. E, ricevo una telefonata dalla segreteria: mi comunicano finalmente la data.


domenica 27 gennaio 2013

L'unica certezza

Perché si teme la morte quando è l'unica certezza che abbiamo in questa vita? Non è forse l'incertezza che dovremmo temere? L'incertezza di ciò che ci separa dall'unica meta che condividiamo con qualsiasi essere vivente sulla Terra. La morte. La morte allora dovrebbe indurci ad essere solidali. Ma spesso per ipocrisia, e forse anche per superstizione, si è solidali dopo la morte con onoranze, ricordi … E invece si dovrebbe essere solidali durante la vita e rispettarla. Rispettare l'ambiente perché prima o poi morirà. Avere rispetto per la nostra stessa esistenza, per la nostra intelligenza, per la nostra forza, bellezza perché prima o poi svaniranno. Cercare di migliorare la nostra vita e quella degli altri. A chi importa se offriamo un funerale di lusso se abbiamo sempre contribuito ad una vita di miseria?

Quante volte in mezzo ad un ponte ho pensato: e se mi buttassi giù? Raggiungerei subito la meta a cui sono destinata. Sarebbe la soluzione più semplice, più veloce. Ma scherzando ho sempre pensato: “Fatico sempre per ottenere qualsiasi cosa. Non è mai piovuto nulla dal cielo e scommetto che se volessi morire, persino la morte dovrei conquistare a fatica”. E la paura di finire in ospedale e di soffrire ancora di più mi ha sempre tenuto coi piedi sul ponte. “Se devo lottare per la morte, tanto vale lottare per la vita”. “E poi l'alternativa alla morte è la dipendenza dagli altri. Quindi se la morte non mi volesse, finirei direttamente tra le mani di coloro da cui vorrei scappare. Non è un controsenso?” Tra la morte o la dipendenza scelgo me. Però è molto facile adagiarsi, impigrirsi a tal punto da non curarsi più della scelta. E' facile cadere in questo stato quando ci si sente rifiutati dal mondo. Un po' come dire: “Non apprezzi la mia vita, le mie capacità? Bene allora fammi morire o curami. Eppure se mi avessi accettato, ora non sarei un peso per te”.

E intanto aspetto. Aspetto che mi chiamino. Sembra quasi che mi abbiano fatto uno scherzo. Mi dicono che devono operarmi e non mi chiamano. Prima mi fanno illudere di potermela sbrigare in day hospital. Poi la prospettiva del reparto. Eppure sono ancora a casa, coi miei dolori, sapendo di essere malata. Perché prima di sapere di dover essere operata andavo in bicicletta, camminavo per ore, correvo pur avvertendo dolore addominale. Ora invece che so di essere malata, mi sento nauseata persino all'idea di uscire. E se mi viene la colica? Poi mi sprono “Come on”. Ed esco, faccio le scale, a dispetto di quel maledetto calcolo che mi punge ogni volta che mi muovo, ma che ignoro. E non sento il dolore che sarebbe altrimenti insopportabile se stessi ferma in casa. E' incredibile come un'etichetta ti condizioni la vita. Paziente, degente, malato. Stereotipi che stereotipizzano la tua vita. Ma quale paziente, io la pazienza non ce l'ho mai avuta. Mica sto ferma ad aspettare che mi chiamino. Quando mi chiameranno, andrò, ma adesso ho da fare, devo vivere. Degente? Ma no. Avrò soltanto bisogno di assistenza per qualche giorno. Malato? E cosa vuol dire. Definitemi malata e sarò incurabile. Chiamate delinquente un ragazzino monello e vedete che tra qualche anno finirà in prigione.

Mi avevano tolto l'etichetta “disoccupato” e adesso invece mi appiccicano quella di “paziente”. E se assorbo l'etichetta, vivo alla mercé altrui. Prima in attesa di un'occupazione e poi in attesa di un'operazione. E allora il solo modo per cambiare e non subire il cambiamento è togliere ogni etichetta da sé, dagli altri e anche dall'ambiente.
Voglio togliere anche l'etichetta “crisi”, che vuol soltanto dire che ci sono dei grossi deficit finanziari un po' dappertutto, che l'unica preoccupazione che si ha è che non si abbiano abbastanza soldi da spendere, ma non che non ci siano abbastanza possibilità per ricominciare a vivere e non che si senta la necessità di ridimensionare le spese sulla base dell'effettiva utilità personale piuttosto che sulla base delle proprie disponibilità economiche.
Il capitalismo consumista ci confonde, ci impedisce di valutare correttamente i nostri bisogni e l'utilità individuale che da esso ne ricaviamo. Di conseguenza condiziona il nostro stile di vita, le nostre spese e il nostro lavoro. Già. Speravo che almeno la crisi potesse distruggere il consumismo. Ed invece no. Chi può spendere, continua a farlo. Alcune aziende continuano ad assumere, indipendentemente dall'utilità che ne traggono dal singolo lavoratore, soltanto per salvaguardare la propria immagine o perché comunque hanno un certo budget di spese. Di conseguenza offrono contratti che quasi offendono il lavoratore, che entra in azienda già demotivato e preoccupato a dover cercare un altro lavoro nei prossimi mesi quando sarà di nuovo a casa. E oltretutto, non percepisce neanche il suo lavoro come utile alla società. Invece chi non può spendere rinuncia e basta. Non assume, taglia, costretto a rinunciare ad attività vitali. E chi può spendere, invece, non si preoccupa di essere sobrio, con la conseguenza che si continua a sprecare, anche se con meno ostentazione, per nascondersi dietro l'etichetta crisi.

E allora basta. Togliamo l'etichetta “crisi”, ma poiché è pretenzioso nonché frustrante ambire a togliere le etichette agli altri e all'esterno, cominciamo a toglierla da noi stessi. La crescita del reddito, dei consumi ci ha fatto credere in un progresso, in un miglioramento della nostra qualità di vita. Ed invece no. Presupposto per migliorare la nostra vita e puntare verso il progresso umano, inteso come valorizzazione dell'individuo e delle sue capacità all'interno della società è proprio quello di rinunciare all'etichetta, di guardarci per ciò che siamo e per ciò che possiamo offrire.
Pensate che grazie alle etichette un ricercatore, o persino un laureato, fatica a ricollocarsi sul mercato per posizioni meno qualificate. Si manda un curriculum. Chi seleziona i lavoratori cerca una “figura” e non una persona. Spesso non guarda alle capacità del candidato, a cosa possa offrire in azienda, ma lo etichetta. Se l'etichetta non coincide con quella imposta dalla direttiva aziendale allora “avanti il prossimo”. E si continua ad essere scartati e degradati; allora si tenta di costruire un'etichetta e se si è fortunati si finisce a lavorare nel posto sbagliato, infelici e occupati, senza nemmeno potersi permettere l'idea di poter cambiare mestiere.
E poi giudichiamo. Giudichiamo i criminali, i ladri, gli spacciatori, le prostitute. “Han solo da cambiar mestiere”. Già, facile. Non riusciamo a cambiare il nostro, pur essendo qualificati e seri professionisti, figuriamoci cosa può fare una puttana nell'attuale sistema. Non potrà che continuare a far la puttana, come è sempre stato nei secoli dei secoli. In una vita sola, non c'è mica tempo per cambiare dal momento che fin dalla nascita ti dicono: “Il tempo è denaro” e non “Il tempo è vitale”. E allora ci etichettiamo, perché non abbiamo neanche il tempo per pensare e poi perché il pensiero è pericoloso, in quanto sconvolge la nostra stessa esistenza.

E allora togliamo anche le etichette “Vita” e “Morte”. In effetti non possiamo sapere cosa sia la morte, dal momento che mai nessuno è tornato indietro a descrivercela. Sappiamo solo che è la nostra meta certa nell'incertezza della vita.

E mentre ribollono idee nella mia testa, che ho cercato di catturare anche se non troppo sistematicamente, perchè accompagnate da dolori vari e nausea, arriva inaspettatamente una lettera. Un altro scherzo?


lunedì 17 dicembre 2012

Pensieri paramagnetici

Contro la paura e l'ipocrisia, bisognerebbe adottare lo stesso espediente: l'indifferenza. Infatti se ci si assoggetta alle proprie paure o si vive condizionati dall'ipocrisia della società, allora si rimane paralizzati, intrappolati.
Spesso si ha la fortuna di poter dire “ho la fobia di ...” e di poter restare alla larga dalla propria paura. Ma quando si ha paura del vuoto e ci si trova davanti un fosso, allora se si vuole andare avanti si deve abbandonare la paura e il suo pensiero e ... saltare e basta. Se ci si ferma pensando “ho paura, non posso” allora si è già deciso la propria sorte. E analogamente, si è già deciso la propria sorte se ci si fa influenzare dal giudizio degli altri “oh no, non ce la farai, hai le gambe troppo corte per saltare”.

“Ha paura degli aghi, vero signorina?” “No, del sangue, dell'idea del suo fiume che straripa … boh. Ognuno ha le sue paure”. Però cosa le importa se ho paura dal momento che sono lì, le ho dato il braccio e non mi sto lamentando? E' un po' come se stessi saltando, anche se preoccupata, e qualcuno mi ricordasse “Hai paura?”. E cosa cambia? Certo preferirei dormire, magari. “Eh, ma ha la mano ghiacciata. Stia tranquilla.” “Sono tranquilla, sto solo cercando di non guardare.” Forse se guardassi, all'inizio sverrei, ma poi non mi farebbe neanche più effetto. E' una strategia per diventare insensibile e conosco i suoi trucchi. Ma perché non posso rinunciare alla mia sensibilità? Ho imparato a non piangere, o a limitare lo spreco di lacrime, perché devo imparare anche a considerare inserimenti di siringhe, aghi, lacci, tubi e tagli con il bisturi come gesti meccanici? Mica devo fare l'infermiera o il chirurgo? Le paure sono irrazionali, e fanno sorridere chi non le condivide. Quanto vorrei chiederle di cosa ha paura. “Ha paura della matematica? Allora si prepari perché infierisco da farla stare talmente male ...”. “I am scared of numbers”. Mi diceva un chirurgo a Londra. In realtà non ho mai infierito, e ho sempre cercato di rendere la vita più semplice ai non simpatizzanti. Mica gli ho mai chiesto di guardare tanti bei formuloni … Ad ognuno il suo mestiere, no? Anche se … ma sorvoliamo il tema.

“Dove vorrebbe essere signorina. Mare, montagna?” Ora basta, bucami quella ca... di vena e fammi sta cri... d'iniezione ché sono stanca di stare qua dentro. I pensieri istintivi sono sempre molto volgari.

E riprende il bombardamento. Le emissioni radio di quel macchinario, stavolta sono accompagnati da pensieri “paramagnetici”.

Pensieri paramagnetici
risuonano nell'encefalo
e si propagano lungo
tutta la colonna verticale.

Pain is so close to pleasure”. Risuona nella mia mente la canzone di Freddie Mercury. Sia il dolore che il piacere stordiscono, sconvolgono, alienano, impediscono di pensare e di vivere in tranquillità. E poi dopo il piacere, dopo il culmine dell’euforia o dell’eccitazione, subentra la tristezza e quindi la ricerca di nuovi piaceri. E similmente mentre si prova dolore si è impazienti, si aspetta soltanto di raggiungere il culmine, per liberarsene e raggiungere la tranquillità.
Il dolore e il piacere condividono una situazione di malessere, anche se in momenti diversi. Il malessere segue il piacere mentre il dolore lo accompagna.
Il piacere è la soddisfazione di un desiderio. Il dolore invece è l’espressione di una ripugnanza. Ma sia il piacere che il dolore possono essere accompagnati dalla gioia. Gioia, perchè si è realizzato un desiderio che è manifestazione del proprio essere. Gioia, perchè nonostante il dolore si è amati e si ama e questo legame rafforza il proprio essere.

E poi penso che non ho paura. Non mi spaventa più l'esito di nessun esame. In ogni caso sarà una nuova paura da affrontare, un nuovo esperimento, una nuova sfida verso la strada che mi porterà ad essere libera. Libera da ogni conoscenza. Libera di cogliere gli stimoli dall'esterno, senza auto-soffocazione per ansie e paure per ciò che possiedo. Vivere, dimenticandomi di me, dimenticandomi di sapere, dimenticandomi delle posizioni che occupo, usando soltanto le mie capacità di sperimentare ed immaginare.

L'uomo dovrebbe vivere come se non vivesse, né per sé stesso, né per la verità, né per Dio. Completamente libero e vuoto di ogni conoscenza.” (Eric Fromm)

L'uomo attivo e vivo è simile ad un recipiente che ingrandisce mentre lo si colma, sì che non sarà mai pieno” (Blakney).


lunedì 19 novembre 2012

Pensieri, riflessioni, letture e poi?


Ogni tanto è bene soffermarsi sui motivi che mi inducono a continuare a scrivere su questo blog. Lo scopo iniziale era quello di liberarmi del passato, di ciò che mi tormentava, di istantanee che ogni tanto apparivano come flash nella mia mente. Una volta aver raccontato tutto ciò che mi opprimeva, devo dire che mi sono sentita liberata, svuotata da qualcosa che non volevo possedere, da qualcosa che avrei voluto raccontare agli amici, ma che non ho mai avuto occasione di fare. Io credo molto nel potere della narrazione, anche a scopo terapeutico. E sono soddisfatta per aver promosso la narrazione nel processo di cura anche in un articolo scientifico che verrà pubblicato in una rivista americana.

Ma allora perchè non tento di divulgare il mio pensiero con altri mezzi e altri fini anzichè continuare a scrivere a tempo perso in questo sito? Il motivo perchè continuo a scrivere qua è perchè voglio scrivere ciò che mi pare, senza censure o aggiustamenti dettati dal mercato. Inoltre voglio condividere i miei pensieri e riflettere non solo su cosa mi sta succedendo, ma anche sulla situazione del paese.

A volte però mi rendo conto di quanto sia pericoloso continuare a scrivere la mia autobiografia. Infatti non vuol solo dire fermarsi a riflettere, ma anche fermarsi a formalizzare, staccandosi dalla propria vita stessa. Vuol dire cercare di dare un senso a ciò che mi sta capitando in questo momento. Dare senso al passato è molto più facile, grazie all’esperienza. Ma dare senso al momento è un po’ come trovare il senso alla singola goccia del mare, aldilà del senso che la singola goccia ha come costituente dell’essenza del mare stesso. Eppure mi giova scrivere, anche se spesso mi turba. Il narratore è infatti il protagonista di una storia che sta scrivendo senza sapere come andrà a finire. Potrebbe anche lasciarla inconclusa o terminarla con un finale diverso da quello che avrebbe voluto scrivere. Il protagonista si sente in balia del suo vivere e dunque il narratore del suo scrivere.

E poi la situazione del Paese è preoccupante: ma uscirà da questa crisi? Crisi che riguarda principalmente famiglie o piccole aziende che si impoveriscono o falliscono per debiti, mentre a livello elevato più che di crisi pare trattarsi di adeguamento alla tendenza che impone il non avere più fondi nemmeno per investire nelle attività che potrebbero arrecare vantaggio in futuro.

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Sto leggendo Erich Fromm “Avere o Essere?” Sembra essere cambiato ben poco nella società dall’epoca in cui è stato scritto: la seconda metà degli anni settanta. Rifletto sul fatto che la società ora è povera e instabile perchè è caduto il principio su cui ha basato la sua stessa esistenza: la possibilità di arricchirsi, accumulare e consumare. Il rapporto dell’individuo con il mondo è stato caratterizzato dal possesso e dalla proprietà, tale per cui si aspira a impadronirsi di ciascuno e di ogni cosa, l’individuo compreso.

Finchè ciascuno aspira ad avere di più, non potranno che formarsi classi, non potranno che esserci scontri di classe e, in termini globali, guerre internazionali. Avidità e pace si escludono a vicenda.


L’avidità, al pari della sottomissione, rimbecillisce gli individui, rendendoli incapaci persino di perseguire i loro veri interessi come per esempio la preservazione delle loro stesse esistenze” (Piaget – The moral Judgement of the Child).  

L’egoismo generato dal sistema induce i leader ad apprezzare più il successo personale che non la responsabilità sociale. Ormai non ci meravigliamo più di vedere uomini politici e dirigenti economici formulare decisioni che a prima vista sono a loro esclusivo vantaggio, ma che risultano insieme dannose e pericolose per la comunità.”

Il nostro attuale ordinamento fa di noi altrettanto malati

ci stiamo dirigendo verso una catastrofe economica a meno di non operare una drastica trasformazione del nostro sistema sociale”.

Eppure, in una società fondata sulla proprietà privata, sul potere e sul profitto, acquisire e possedere sono diritti inalienabili. Da ogni piccolo gesto si capisce quanto l’attuale sistema sia basato sull’egoismo e non sulla condivisione, sul possesso delle cose anzichè sull’esperienza umana.
I genitori dicono ai figli “prendi voti alti” non “impara”. Studenti che trascrivono ogni singola parola del docente, in modo da studiare a memoria le annotazioni e superare la prova di esame. Studenti che rimangono estranei a ciò che viene loro insegnato perchè divenuti proprietari di affermazioni fatte da qualcun altro. Studenti che si sentono turbati da nuovi pensieri e idee su un argomento perchè il nuovo mette in discussione le informazioni che già possiedono. Individui che hanno paura a mutare la propria opinione o la propria abitudine, perchè percepita come possesso e quindi la loro perdita equivarrebbe a un impoverimento. Il sistema didattico che mira ad educare ad avere conoscenza come possesso, dietro al quale ripararsi e identificarsi. Matrimoni che in certi casi, seppur inizialmente basati sull’amore, si trasformano in una società fondata sui beni comuni della coppia: denaro, rango sociale, una casa, dei figli. E, infine, l’atteggiamento di possedere il proprio corpo anzichè essere il proprio corpo, così quando si sta male lo si affida completamente nelle mani di chi può ripararlo.

Che giova aver guadagnato il mondo intero se poi si perde o si rovina sè stessi?” (Luca, IX, 24-25)

La sopravvivenza fisica della specie umana dipende dalla radicale trasformazione del cuore umano. Una trasformazione del cuore umano è possibile a patto che si verifichino mutamenti economici di drastica entità, tali da offrire al cuore umano l’occasione per mutare e il coraggio e l’ampiezza di prospettive necessari per farlo.”

Cambiamento, coraggio. Come si può pensare di risolvere il problema con la sola imposizione di tasse?

domenica 11 novembre 2012

Presenza o differenza ?


Ogni volta che mi sveglio, provo la sensazione di essere appena nata. Ma dura soltanto un istante. Un unico istante in cui non comprendo ciò che è successo fino al giorno precedente. Cosa ho fatto? Cosa devo fare? Poi realizzo. Se la giornata precedente sarebbe degna di essere rimossa, la giornata odierna inizia amaramente, con l’unica consolazione che sia già trascorsa e oggi si ricomincia. Il guaio è dover ricominciare da ieri, non da oggi. Iniziare un’attività, nuova rispetto a ieri, festeggiare il successo o rimediare il danno di ieri.
A volte mi chiedo quanto peso diano gli Altri ad ogni mio sbaglio. Se ricordano ogni mia figuraccia, se ridono ancora di un mio comportamento inadeguato per il quale adesso provo vergogna e che vorrei non aver mai tenuto.

Già, ma dietro ogni mio sbaglio e ogni mio comportamento inadeguato si nasconde un disagio. Un disagio di cui il giorno dopo mi vergogno, ma che nell’istante in cui lo provo mi avvolge, mi fa star male, mi trascina con sè. E mi attrae, perchè solo lasciandomene sedurre posso poi capirlo e attribuirgli un significato.
Ma perchè non vince subito il pensiero della vergogna del giorno dopo piuttosto che il desiderio di fuga imminente dalla realtà e di abbandono al disagio?
Ma perchè, in un ambiente in cui mi sento a disagio, non riesco a far presenza, ma mi ostino a voler essere differenza?


Collaboro, come lavoratrice autonoma, con un medico privato che un giorno, mentre discutiamo del progetto di ricerca che ho avviato, si ricorda di una cena per l’anniversario della sua attività. Prende l’invito dalla scrivania e me lo porge. Lo accetto molto volentieri. Lavoro sempre da casa, conosco solo la sua segretaria e, di vista, poche persone dell’ufficio amministrativo. Pertanto vedo l’evento come un’occasione per potermi integrare meglio in un ambiente dove non ho una posizione ben definita.
Mi reco sul luogo del ritrovo. E’ un posto di lusso, più di un centinaio sono gli invitati. L’aperitivo. Comincio a mangiare e bere, credendo che la cena consista nel buffet. E invece mi sbaglio. La cena inizia alle dieci. Dimenticavo, che qualcuno potesse essere indifferente alla crisi economica, al di fuori dell’ufficio assunzioni o ricerca e sviluppo.
Ad un certo punto mi immagino Fantozzi, un misero ragioniere, al tavolo dei dirigenti. “Lei conosce le regole, vero?”. Ed io, con la mia misera collaborazione, al tavolo dei dirigenti temo di far la stessa figura fantozziana. Eppure se sono lì, dovrei sentirmi all’altezza. Al contrario di Fantozzi, ho il titolo di studio uguale o più elevato dei dirigenti ed anche il medico che mi ha invitato lo riconosce e gliene sono grata. Apprezzo che lui consideri che il cervello vale, anche se preferirei lo facesse garantendomi una posizione più stabile e aiutandomi a cibarlo con alimenti che non posso trovare in una cena di lusso.
Ma perchè, perchè non posso essere felice di essere stata invitata e sedermi lì tranquilla? Tranquilla, in un ambiente formale? Perchè sto male al pensiero che in piena crisi e scarsità di risorse ambientali qualcuno possa permettersi cene aziendali luculliane?
Eppure se mi impegno sono in grado di sostenere conversazioni superficiali. Basta sorridere, comprendere, essere gentile e stare zitta, custodendo nell’intimità le mie idee, per poi sfogarle nell’alcova di casa.
Ma non riesco, quando sto male. Mi pesa troppo il mio malessere. Vorrei parlare della mia sofferenza del giorno precedente quando ho visto una bambina disabile in pena per la paura di un semplice intervento odontoiatrico. Ed i suoi genitori soffrivano ancora di più. Soffrivano, da un lato per la società, imbarazzata dalla disabilità della figlia, e transitivamente della loro, dall’altro lato si sentivano imbarazzati dalla società stessa che li isolava. Avrei voluto discutere a quel tavolo del mio malessere, della mia impotenza nei confronti delle pene del mondo.
Discutere, liberandomi della nausea che provo per le ingiustizie, liberandomi della mia vergogna di essere vestita in maniera poco consona ai loro canoni. Liberarmi della mia vergogna di essere, del mio disagio, della mia incapacità di comprendere l’ostentazione. Liberarmi dalla vergogna di essere attratta da ciò che il tavolo forse definisce “feccia”. di essere contenta di aver visto il giorno stesso una mostra di arte contemporanea, di esser sollevata per aver visto il mio stesso disagio riprodotto in alcune opere.
Ad un certo punto realizzo che l’unico modo per liberarmi della mia vergogna interiore è fuggire. Lascio la sala alla chetichella, anche se successivamente subentra la vergogna per la mia inettitudine, per la mia maleducazione, per aver violato il galateo sociale, per non essere stata in grado di partecipare al convivio. Mando un messaggio per scusarmi: non sto bene e sono uscita senza disturbare, per non rovinare la festa. Mi ha fatto piacere il vostro invito.

In effetti non ho detto una bugia. Non sto bene. La mia cistifellea non mi consente di abbuffarmi. Ed allora perchè non ho rifiutato subito l’invito? Perchè non volevo tirarmi indietro. Perchè ero curiosa di partecipare e non volevo che la mia salute mi condizionasse. Devo operarmi. Da quando ho saputo dell’intervento, per quanto l’abbia accettato con stoicismo, ho cominciato a sentirmi in credito con la società. Ho cominciato a chiedere, anzichè dare. Ho ripreso ad esigere dagli altri, anzichè sforzarmi di comprendere le loro esigenze. Mi sono comportata in maniera sgarbata e aggressiva, rimproverando agli Altri ritardi e disattenzioni. Mi sono comportata male, ma in realtà reclamo solo un po’ di fiducia nei loro confronti.
E adesso reclamo anche un po’ di comprensione, un po’ di appoggio per il mio comportamento. Per non essere stata in grado di mascherare la mia insofferenza. Spero che ciò non mi escluda lentamente dall’ambiente, che al momento si rivela l’unica possibilità di finanziamento. Ma so che ciò non accadrà. In fondo hanno bisogno di me, del mio talento, anche se il mio ruolo all’interno dell’istituto è marginale. E forse per questo non si ricorderanno nemmeno della mia comparsa e scomparsa, anche se a me resta la vergogna e il rimprovero per il mio stupido atteggiamento. Tutto per un semplice intervento.
Un semplice intervento, semplice per i medici, come per me lo sono le statistiche base che turbano invece i medici. Per loro i miei calcoli sono routine, per me invece lo sono i loro.
Un semplice intervento che razionalmente non mi spaventa, ma che mi sconvolge interiormente per l’idea che persone, come quelle sedute al tavolo, siano in grado di tagliare e asportare una parte del tuo corpo, anche se questa parte è causa del tuo male. Una parte che mi toglieranno mentre io sarò completamente incosciente e al mio risveglio troverò solo dei buchi.
Sicuramente è una bazzeccola in confronto ad altri interventi o altre privazioni. Ma la sensazione è la medesima di andare in banca a prelevare soldi dal conto corrente. Sia che prelevo 100 o 1000 euro, mi ritrovo sempre con meno soldi. 

domenica 4 novembre 2012

I have a need ...


Finchè c’è vita c’è ... bisogno. Eppure capire e soddisfare i propri bisogni non è così semplice.
Sembra banale rispondere alla domanda: “Di cosa hai veramente bisogno?” Ma la risposta non è immediata. Ho bisogno di tante cose, ma se dovessi sceglierne una, quale sceglierei? E sarà vero che ho bisogno di tante cose oppure queste tante cose in realtà fanno parte di un’unica categoria?
Categorie, classificazioni, teorizzazioni: bisogni primari, secondari, collettivi, individuali. Già! Ma nulla mi aiuta a capire veramente cosa mi serve adesso.

Mi sento insofferente e stanca. Stanca dell’ambiente che mi circonda e del suo modo di non ragionare. Stanca di lavorare pensando che qualora non riuscissi a trovare risultati interessanti per il mio studio e a pubblicarli, il medico finanziatore potrebbe non pagarmi per i prossimi mesi. Stanca di non avere un ruolo ben definito, ma di dovermelo sempre costruire a fatica. Stanca di non essere nel posto giusto, al momento giusto. Stanca di seguire conoscenze e passaparola per poter sperare di trovare un lavoro ordinario. Stanca di ... In effetti sono proprio stanca. Un viaggio mi farebbe proprio bene.

Un viaggio? Ma è questo di cui ho veramente bisogno? No, un viaggio adesso non gioverebbe molto. Un viaggio dà maggiori benefici ad un apparecchio in funzione, attaccato ad una postazione fissa, che lo si stacca per evitare il surriscaldamento. Ma al momento assomiglio ad un apparecchio che, staccato dall’adattore, sta lavorando con la propria batteria interna e che cerca una posizione dove attaccarsi prima che finisca la propria autonomia. Il viaggio non farebbe che ridurre la mia autonomia. E inoltre, distratta dal pensiero dell’adattatore, finirei per non apprezzare i benefici del viaggio. Un viaggio sarebbe anche utile se dovessi prendere una decisione.

A volte si sente l’esigenza di guardare all’esterno per trovare una risposta interna. Ma al momento le mie decisioni le ho già prese e per sostenerle sento l’esigenza di guardare all’interno per trovare una risposta esterna.

Ma allora non mi gioverebbe trasferirmi di nuovo? Un altro paese, un altro luogo dove vagare per attaccarmi ad una presa. Un altro luogo dove poter trovare una risposta esterna. Forse mi gioverebbe. Ma se sono tornata a casa, un motivo c’è. Ho bisogno della mia casa, di potermi esprimere usando la mia lingua, di frequentare i miei amici, di poter garantire la mia disponibilità alle mie sorelle in caso di necessità. Però mi sento stanca ... stanca nella mia casa, nella mia situazione, stanca per organizzare visite, uscite ... Cosa mi succede? Di cosa ho veramente bisogno? Mi gira la testa. Sarà la confusione mentale. Mi calmo, va meglio. Riesco a gestirmi. Ma c’è una spada che mi trafigge l’addome. Cos’è? Ho bisogno di una diagnosi. Ho bisogno di cure.

E così a volte si crede di aver bisogno dell’ospedale, quando si necessita di un viaggio, altre volte si crede di aver bisogno di un viaggio e invece si necessita dell’ospedale.